Iosonobellezza.it per accedere ai suoi contenuti bisogna iscriversi.

Home Blog

CAVALLI DA TIRO E CAVALLI VAPORE

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

Con l’avvento dei motori a vapore, bisognava introdurre un’unità di misura, allo scopo di determinare la potenza che tali macchine erano in grado di sviluppare, in funzione dell’utilizzo a cui sarebbero state destinate, come per il loro perfezionamento: era fondamentale avere contezza del numero dei cavalli che le macchine erano in grado di sostituire per compiere lo stesso lavoro. 

Ad introdurre l’unità di misura dei Cavalli Vapore fu, alla fine del 1700, per esattezza nel 1789, in piena rivoluzione industriale, l’ingegnere scozzese James Watt (1736-1819), noto storicamente per aver dato un decisivo contributo al miglioramento dell’efficienza (rendimento meccanico) della macchina a vapore, decretandone così la sua larga diffusione (carrozze, treni e battelli a vapore; mezzi agricoli e macchinari industriali a vapore, ecc..) ed aprendo le porte al motore Stirling a cui seguirà il motore a combustione interna inventato dagli ingegneri italiani Eugenio Barsanti e Felice Matteucci nel 1854; macchina che porterà, di lì a poco, allo sviluppo del motore a 4 tempi, inventato nel 1867, dall’ingegnere tedesco Nikolaus August Otto insieme al suo amico Eugen Langen.  

Pur non potendo effettuare calcoli teorici estremamente precisi, Watt, supportato dalla pratica esperienza, poté stabilire, in maniera molto attendibile, che la potenza di un Cavallo Vapore era quasi pari alla potenza sprigionata da un cavallo da tiro; cosa che sarà confermata, con uno studio condotto nel 1993, dunque oltre due secoli più tardi. La successiva introduzione del watt come unità di misura per la potenza meccanica, prenderà poi, il posto del cavallo vapore, ed il suo nome sarà scelto in ricordo dell’ingegnere scozzese.  

La scelta di definire, col termine Cavalli Vapore, l’unità di misura attraverso cui avere noto il valore della potenza erogata da un motore, fu operata da Watt, in quanto le macchine di nuova invenzione avevano come forza motrice appunto il “vapore”, e andavano a sostituirsi ai “cavalli” da tiro che erano stati utilizzati, fino ad allora, per il traino dei mezzi di trasporto (ad es. carrozze, diligenze ed omnibus), o in processi di lavorazione nei quali bisognava azionare, ad esempio, meccanismi costituiti da vari alberi ed ingranaggi calettati fra loro e di una certa mole, che la forza dell’uomo, molto limitata in termini di potenza muscolare (sforzo istantaneo e sforzo protratto nel tempo) non poteva mettere in movimento.   

Il Cavallo Vapore: definizione e potenza equivalente

«Si definisce Cavallo Vapore l’unità di misura della potenza meccanica erogata da un motore; il simbolo di esso è CV, ed il suo valore, in termini di energia prodotta, equivale a 735,5 Watt, ed a 75 Kgf × m/s, (valore DIN cioè stabilito e riconosciuto dall’ Istituto Tedesco di Standardizzazione che a sede a Berlino).  

Pur non essendo classificato come “grandezza fisica derivata”, dal Sistema Internazionale di Unità di Misura (S.I.), è stato utilizzato per molto tempo in Europa, negli Stati Uniti, in Russia, ecc…, e soltanto nel 1982 in Italia è stato sostituito dal watt, con il D.P.R. n. 802, quando il nostro Paese ha deciso di aderire al S.I. Oggi, maggiormente in Europa, viene ancora usato tradizionalmente, per indicare la potenza del motore in ambito automobilistico e non solo.

1 Cavallo Vapore è la potenza che occorre a sollevare di 1 metro, nel tempo di 1 secondo, il peso di 75 chilogrammi forza

                                                  1 CV = 75 Kgf × m/s

 

Il Cavallo Vapore Britannico  

Il Cavallo Vapore assume valori diversi in Gran Bretagna, ecco perché quello adottato in Europa viene definito appunto “cavallo vapore europeo”, e quello usato in Inghilterra “cavallo vapore britannico”.

Il Cavallo vapore britannico equivale a 745,7 Watt; è denominato “horsepower” e il simbolo che assume è la sigla stessa del nome, HP.  

                                             1 CV europeo  =  0,986 HP britannico

                                             1 HP britannico  =  1,014 CV europeo

 

I Cavalli Vapore che sviluppa un cavallo

Soltanto 200 anni dopo l’introduzione del Cavallo Vapore (CV) si è potuto appurare quanti cavalli vapore sviluppa mediamente un cavallo da tiro e uno da corsa. Secondo lo studio, condotto da R. D. Stevenson e R. J. Wasserzug, pubblicato in un articolo intitolato “Horsepower from a horse” sulla rivista Nature n. 364, del 15 luglio 1993, un cavallo da corsa può arrivare ad erogare una potenza istantanea, dunque per pochi secondi, di circa 15 Cavalli Vapore, (potenza, quest’ultima, di poco superiore a quella erogata dai normali scooter di 125 cc di cilindrata, attualmente in produzione, che sviluppano circa 12-13 cavalli vapore). 

Un cavallo da tiro sviluppa invece, una potenza media equivalente ad un cavallo vapore; potenza che riesce ad erogare, in maniera quasi costante, per un lavoro ininterrotto della durata di 10 ore. 

Possiamo dunque affermare che i calcoli effettuati da James Watt, alla fine del XVIII secolo, non si discostavano dalla realtà, e che quando guidiamo una automobile dotata di 200 cavalli vapore, è come se l’auto fosse trainata proprio da 200 cavalli da tiro. 

I Cavalli Vapore che sviluppa un uomo

Un uomo di 75 kg di peso, che cammina alla velocità costante di 5 km/ora, quindi a passo svelto, arriva a sviluppare una potenza media di 105 Watt che equivalgono a 0,14 Cavalli Vapore; la potenza massima che invece può arrivare a sprigionare per pochi secondi, è di 3,2 Cavalli Vapore, equivalenti a 2352 Watt, (potenza istantanea); gli atleti, quelli più veloci al Mondo, possono arrivare anche a sprigionare 6,3 Cavalli Vapore, ma sempre per pochi istanti. L’essere umano dunque sviluppa suppergiù, una potenza media 7 volte inferiore di quella prodotta da un cavallo da tiro. 

Fabio Bergamo

 

TAVOLA DELLE CONVERSIONI PER LA MISURA DELLA POTENZA MECCANICA

La tabella riporta le varie unità di misura della potenza, il loro simbolo e le conversioni tra esse.

Potenza – Lavoro/Tempo
Kilowatt kW 1 kW = 1,36 CV = 1,34 hp = 737,56 lbf·ft/s = 4’4253,7 lbf·ft/min = 859,84 kcal/h = 3’412,14 btu/h = 101,97 kgf·m/s
Cavallo Vapore (europeo) CV 1 CV = 0,735 kW = 0,986 hp = 75 kg·m/s = 542,47 lbf·ft/s = 632,41 kcal/h = 2’509,62 btu/h = 75 kgf·m/s
Kilogrammo forza per metri al secondo kgf ·m/s 1 kgf·m/s = 0,01 kW = 0,013 CV = 0,013 hp = 7,23 lbf·ft/s = 433,98 lbf·ft/min = 8,43 kcal/h = 33,46 btu/h
Kilocaloria all’ora kcal/h 1 kcal/h = 0,0012 kW = 0,0016 CV = 0,00156 hp = 0,8578 lbf·ft/s = 51,47 lbf·ft/min = 3,97 btu/h = 0,12 kgf·m/s
Horsepower(cavallo vapore britannico) HP 1 HP = 1,014 CV = 0,746 kW = 550 lbf·ft/s = 33000 lbf·ft/min = 641,19 kcal/h = 2’544,43 btu/h = 76,04 kgf·m/s
Foot pound force per second(libbra forza per piede al sec.) lb·ft/s 1 lbf·ft/s = 0,0013 kW = 0,0018 CV = 0,0018 hp = 60 lbf·ft/min = 1,166 kcal/h = 4,63 btu/h = 0,138 kgf·m/s
Foot pound force per minute(libbra forza per piede al min.) lb·ft/min 1 lbf·ft/min = 0,000023 kW = 0,0167 lbf·ft/s = 0,019 kcal/h = 0,077 btu/h = 0,0023 kgf·m/s
British termal unit per hour(BTU per ora) BTU/h 1 btu/h = 0,00029 kW = 0,216 lbf·ft/s = 12,97 lbf·ft/min = 0,25 kcal/h = 0,030 kgf·m/s

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse.

 

Forest Tower: la Torre danese che emerge dalla natura

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

Forest Tower: la Torre danese che emerge dalla natura

La Forest Tower aperta al pubblico nel 2019, è una finestra sulla foresta boreale danese ed i progettisti l’hanno realizzata con l’intento di ristabilire quel rapporto simbiotico che esiste da sempre tra l’uomo e la natura.

Essa è inserita nel Parco Naturale “Gisselfeld Kloster Skove”, nella regione della Selandia nelle vicinanze della città di Haslev.

Il Parco che dista 70 Km a sud di Copenaghen, si estende per una superficie di ben 4.000 ettari di foresta incontaminata di origine glaciale con laghi, vallate e torrenti, ed in essa coesistono una varietà di animali terrestri e acquatici che hanno trovato in essa un habitat adeguato alla loro sopravvivenza.

La torre, costruita seguendo i criteri della bioedilizia, è costituita da solo due elementi: acciaio e legno di quercia.

L’essenzialità costruttiva della Torre mira a non contaminare esteticamente il paesaggio che la circonda ma a connettersi con esso.

A progettarla e realizzarla è stato lo studio danese di architettura EFFEKT in collaborazione con lo studio ARUP, entrambi specializzati nell’architettura di tipo ecosostenibile, allo scopo di ampliare il ventaglio di azioni atte a connettere l’uomo alla natura, offerte dalla società Camp Adventure Park che da vari anni opera all’interno del Parco Naturale.

Tra le attività offerte dal Camp Adventure vi sono: l’arrampicata, la fattoria dei fiori, la passerella di oltre 3 km che consente una passeggiata nella foresta (trekking naturalistico) a varie altezze dal suolo con varie terrazze e che conduce alla torre, il mercato vegetale, una serie di piattaforme per visualizzare il bosco dall’alto, lo spaccio aziendale per l’accoglienza degli ospiti, gli spazi destinati ai picnic e ancora tanto altro.

La Forest Tower è alta 45 metri, la sua forma ricorda quella di una clessidra, costituita da due coni rovesciati uniti insieme ai vertici, ma risulta addolcita dal suo andamento curvilineo.

Essa può essere suddivisa in tre parti: la base, il centro avente un diametro ridotto e la corona che ha il diametro uguale a quello della base.

L’aspetto sinuoso della torre fa sì che la sua forma risulti leggera e gradevole alla vista dell’osservatore incastonandosi nel paesaggio senza entrare in contrasto con esso.

Lungo il suo perimetro costituito dall’intreccio diagonale di acciaio e legno, si sviluppa una passerella dall’andamento spiraliforme lunga 600 metri che conduce gradatamente alla vetta dove si può ammirare il panorama a 360 gradi: il poter ammirare il paesaggio circostante mentre si procede dolcemente nella salita fa sì che la foresta con i suoi alberi secolari venga osservata a varie altezze e al variare della luminosità; la natura, tra giochi di ombre e luce, viene ammirata a diversi livelli fino a raggiungere la cima degli alberi per poi superarla, scoprendo così l’infinito, dove il visibile schiude le porte all’immaginabile (elevandosi dal suolo Visione e Immaginazione si fondono, le limitanti categorie del tempo e dello spazio decadono, l’osservazione dall’alto e da lontano svela all’uomo la profondità del suo spirito celata dalla sua solo apparente e fugace fisicità).

 

 

“Elevandosi dal suolo Visione e Immaginazione si fondono, le limitanti categorie del tempo e dello spazio decadono, l’osservazione dall’alto e da lontano svela all’uomo la profondità del suo spirito celata dalla sua solo apparente e fugace fisicità”. (Fabio Bergamo)

 

La Torre della Foresta è stata premiata nel 2017 in Germania, con l’Iconic Award Innovative Architecture Prize, nella sezione Visionary Architecture.

Il Dr. Tue Foged, uno degli architetti che l’ha progettata, afferma: “La natura fornisce la vera esperienza. Noi l’abbiamo solo resa più accessibile e abbiamo offerto una serie di prospettive nuove e alternative. Non a caso la torre ha una conformazione modellata per migliorare l’esperienza del visitatore, rifuggendo la tipica forma cilindrica a favore di un profilo curvo con una vita sottile e una base e una corona allargata. Una scelta che permette un migliore contatto con la foresta. La rampa a spirale che porta verso la piattaforma di osservazione beneficia della forma iperbolica: in questo modo pur mantenendo una pendenza fissa, la geometria e la spaziatura della stessa fluttuano a seconda della curvatura. In questo modo diventa quasi un elemento scultoreo che rende il cammino verso la cima della torre qualcosa di speciale e inclusivo, in quanto garantisce a tutti i visitatori un accesso senza barriere. Quando il tempo è sereno, dalla sua sommità, è possibile vedere a 50 km di distanza: a nord si scorgono Copenaghen e Malmo, mentre a sud e ad est si può osservare nitidamente l’aspro paesaggio del sud della Zelanda”.

 

Fabio Bergamo

 

 

Alcune foto della Torre della Foresta

La struttura, come si evince dalle foto, larga alla base si restringe verso il centro per riaprirsi gradatamente fino alla sommità dove è presente la terrazza ad anello per l’osservazione panoramica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse..

 

Superficialità alla guida: Un italiano su tre non allaccia la cintura

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

Superficialità alla guida

Un italiano su tre non allaccia la cintura

 

Una recente indagine statistica dell’ANAS ha riportato un dato tanto bizzarro quanto preoccupante sul mancato utilizzo delle cinture di sicurezza in Italia, pur acclarata, ormai da tempo, la loro utilità nel ridurre gli esiti più gravi e nefasti in caso di sinistro. Per i più giovani al volante il problema può ricondursi ad una scadente formazione educativa presso le autoscuole, per quelli più anziani ad una convinzione ormai consolidata di poterne fare tranquillamente a meno, vista la loro esperienza di guida.

 

Ma diamo uno sguardo ai dati

In base a tale accertamento effettuato sulle strade normali e le autostrade non a pedaggio, si è potuto constatare che ben l’80% dei passeggeri seduti sui posti posteriori non utilizza la cintura di sicurezza; sui posti anteriori non lo fa il 31,9% dei passeggeri ed il 28,4% dei conducenti.

L’indagine è stata svolta dallo studio bolognese Righetti e Monte, ingegneri e architetti associati a cui si è aggiunto il contributo dell’Università Cattolica di Milano (professori ed esperti di psicologia del traffico).

L’indagine ha anche rilevato che il 50% degli automobilisti aventi un bambino tenuto ad usare il seggiolino, risulta sprovvisto di tale dispositivo in auto.

Un altro dato riguarda l’uso del cellulare alla guida: il 12,4% del campione esaminato usa con disinvoltura il telefonino mentre è alla guida.

A dipingere drammaticamente il quadro della superficialità alla guida è il numero elevato dei conducenti che ormai non fa più uso dell’indicatore di direzione in fase di sorpasso/rientro, e negli ingressi/uscite delle rampe di raccordo. Infatti, ben il 55,6% non attiva l’indicatore nella manovra di sorpasso, il 76,5% non lo fa in fase di rientro; il 59,2% non lo usa nell’ingresso ad una rampa e il 43,7% non la fa in uscita.

 

Come e dove si è svolta l’indagine

La ricerca si è tenuta tra luglio e settembre del 2021 con 6.000 rilevazioni su tre arterie stradali importanti e molto trafficate (l’autostrada A-90 Grande Raccordo Anulare di Roma, la statale SS-336 della Malpensa e la Statale SS-700 della Reggia di Caserta). Tre tecnici presenti in ogni auto percorrendo oltre 2.000 chilometri, hanno monitorato con apposite telecamere ad alta risoluzione, come già detto oltre 6.000 veicoli.

 

Le altre informazioni ottenute

Tale rilevazione ha permesso di ottenere altre utili informazioni: l’uso improprio del telefonino alla guida è pressoché simile tra conducenti di sesso maschile (12,8%) e femminile (11,3%); il mancato uso delle cinture da parte del conducente e del passeggero anteriore è più elevato tra gli uomini (32,15% contro 16,5% per quanto riguarda i conducenti donne; e 34% contro 25,5% tra i passeggeri donne).

Sui sedili posteriori si verifica una inversione: non si allaccia la cintura l’85,7% delle donne rispetto al 77,2% degli uomini; sul non utilizzo dei dispositivi per la sicurezza dei bambini il rilevamento ha dimostrato che è il 53,1% delle donne a non adottare il seggiolino per il proprio bambino contro il 45,6% degli uomini.

 

I giovani e i più esperti alla guida

Sull’uso del telefonino alla guida si è appurato che tra i 18 e i 40 anni il 18% lo utilizza mentre è alla guida; tra i 40 e i 60 anni si è rilevato l’11,4%; mentre solo il 5,6% tra gli ultrasessantenni.

Sul mancato uso dei seggiolini per i bambini si è di fronte a questo quadro: mentre nella fascia 18-40 anni le violazioni si verificano nel 30,6% dei casi; si sale al 60% nella fascia 41-60 e al 75% per gli ultrasessantenni.

 

Differenze tra veicoli guidati

Si è rilevato anche che in tutte le situazioni i conducenti dei veicoli commerciali guidano con maggiore superficialità dei guidatori di automobili.

Infatti abbiamo: il 14,6% contro 11,8% per l’uso del cellulare, il 47,7% contro 22,6% sull’uso mancato della cintura da parte del conducente, il 67% contro il 26,3% sulla cintura non allacciata del passeggero anteriore, il 100% contro il 78,8% per il passeggero posteriore.

Sugli indicatori di direzione non azionati quando previsto dal CdS, invece, gli automobilisti vanno peggio: il 63,3% delle violazioni si verifica nella manovra di sorpasso, contro il 38,5% dei veicoli commerciali; l’81,2% in manovra di rientro rispetto al 65% dei conducenti di veicoli commerciali; il 53,7% contro il 62% in entrata da rampa; il 35,8% contro il 49% in uscita da rampa.

 

La variazione statistica delle violazioni in base alla zona esaminata

Il numero più elevato di violazioni è stato accertato sulla statale SS-700 della Reggia di Caserta (55,6%). Esse diminuiscono sul Grande Raccordo anulare di Roma (24,1%) e si riducono ancora di più sulla statale SS-336 della Malpensa (13,3%). Sull’uso del cellulare si va da un massimo del 17,9% sulla SS-700 a un minimo del 9,7% sulla SS-336; sul mancato uso della cintura da parte del conducente si va da un massimo del 60,7% sulla SS-700 a un minimo del 13,3% della SS-336, ed ancora sul mancato uso delle cinture di sicurezza si va dal 73,2% della SS-700 al 22,7% della SS-336.

 

In ultimo si riportano le considerazioni del Dr. Franco Righetti e la Prof.ssa Federica Biassoni

“La disponibilità di questo patrimonio informativo” – ha commentato Franco Righetti, che ha curato la ricerca – “consentirà ad Anas di poter progettare e avviare concrete campagne di sensibilizzazione sulla sicurezza stradale che possano risultare “centrate” sui principali fattori di rischio individuati come il mancato utilizzo delle cinture di sicurezza e utilizzo improprio del telefono cellulare durante la guida e “orientate” nei contenuti specifici per tipologia di utenti, per esempio i giovani”.

“Fatali le (cattive) abitudini. Lo studio ha analizzato alcuni tra i fattori psicologici che influiscono sulla mancata percezione del rischio alla base dei comportamenti all’origine degli incidenti stradali, distinguendo tra le violazioni deliberate al codice della strada e gli errori del conducente (per esempio sviste, manovre o valutazioni errate)”. ““Tanto le violazioni registrate, quanto i comportamenti che portano alla distrazione, causa frequente di incidenti, appaiono riconducibili ai medesimi bias cognitivi”, ha spiegato Federica Biassoni, docente dell’Università Cattolica, che ha svolto l’analisi dei fattori alla base dei comportamenti alla guida. “Il ruolo dell’abitudine e dei vantaggi percepiti ci permettono di spiegare i comportamenti rischiosi emersi dalle osservazioni su strada. La conoscenza del collegamento tra tali fattori alla base del funzionamento mentale dei guidatori e i comportamenti di rischio, potrà essere di aiuto ad Anas nella progettazione di interventi sia infrastrutturali sia di formazione”.

 

Investimenti in favore della sicurezza stradale

“L’ANAS nella prospettiva di ridurre del 50% le vittime di incidenti stradali entro il 2030, intende aumentare le risorse da destinare alla manutenzione programmata: 15,9 miliardi (+44% rispetto alle precedenti annualità) per l’adeguamento e messa in sicurezza della rete anche attraverso pavimentazioni sempre più performanti”.

 

Considerazioni finali di Fabio Bergamo

Alla luce di questi dati, rilevati nello studio dell’Anas del 2021, viene confermato ciò che Fabio Bergamo affermava già nel suo scritto “La Consapevolezza del pericolo stradale” a cui è collegato l’introduzione del segnale stradale verticale “Rischio elevato” (entrambi gli scritti sono disponibili gratuitamente sul sito www.iosonobellezza.it ). Sul suo sito sono disponibili tutte le altre proposte e i vari scritti, in favore della sicurezza stradale, da lui elaborati, già nelle mani della Camera dei Deputati, senza alcun contributo e sostegno economico di altri, nel corso degli anni.

 

Fabio Bergamo

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse…

Airless Tire: dal 2024 gli pneumatici liberi dal gonfiaggio

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

Airless Tire

Dal 2024 gli pneumatici autoportanti liberi dal gonfiaggio

Michelin e General Motors da diversi anni stanno lavorando ad una nuova generazione di pneumatici per auto: gli Airless Tire.

Tecnicamente essi sono noti con l’acronimo UPTIS (Unique Puncture-proof Tire System) e dunque a prova di foratura in quanto non abbisognano di gonfiaggio ad aria o ad azoto.

Le due aziende prevedono di commercializzare in Europa e in America lo pneumatico Airless Tire tra meno di 2 anni sulle automobili, dunque dal 2024 o nella peggiore delle ipotesi entro il 2026.

Essendo “airless”, ossia privo d’aria, lo pneumatico Uptis elimina il rischio di forature o scoppi e consente agli automobilisti di beneficiare di una guida più sicura in qualsiasi condizione di utilizzo della vettura, garantendo altresì un maggior passaggio di aria verso i freni, così da contribuire al raffreddamento delle pasticche e degli stessi dischi.

I produttori affermano che con l’adozione di tale pneumatico non ci sarà più bisogno della ruota di scorta, vista la resistenza alla rottura ed il fatto che pur forandosi esso non subirà alcuna alterazione o modificazione nel suo utilizzo.

Uno pneumatico standard di tipo tubeless pesa mediamente 21 kg, mentre una gomma Run Flat pesa all’incirca 23 kg. L’UPTIS pesa circa 22,5 kg quindi non comporta alcun incremento del consumo di carburante.

Lo pneumatico Airless Tire – dove cerchioruota e pneumatico sono tutt’uno – è dotato del normale battistrada ma la sua particolarità sta nell’essere formato da una serie di lamelle (che fungono da raggi come ad esempio nelle ruote della bicicletta) realizzate in gomma e resina in fibra di vetro collegate tra loro – ed unite all’anello circolare su cui è incollato il battistrada – atte a scaricare a terra, in maniera calibrata, grazie alla loro capacità elastica, il peso dell’auto ed assorbire le asperità del fondo stradale, garantendo così un confort di marcia uguale o maggiore di quello offerto dalle normali ruote gonfiate con aria compressa.

Per garantire l’efficacia di funzionamento dello UPTIS, la spalla dello pneumatico non può essere inferiore al 45% della larghezza del battistrada: dunque gli pneumatici super-ribassati non potranno essere di questo tipo ma di tipo tradizionale (tubeless).

Lo pneumatico Uptis rappresenta una tappa obbligata nella strategia di Ricerca e Sviluppo dell’Azienda Michelin in materia di mobilità sostenibile.

Quest’ultima si fonda su quattro obiettivi principali di innovazione: “Airless”, “Connected”, “3D Printable” e “100% Sustainable” (materiali interamente rinnovabili o biodegradabili).

L’UPTIS sfrutta infatti, i progressi raggiunti nella costruzione degli pneumatici in termini di progettazione come per i materiali compositi utilizzati, che consentono oggi all’innovativo Airless Tire di supportare senza problemi il peso del veicolo e garantire ad esso sicurezza e stabilità alle alte velocità, nella percorrenza delle curve, in accelerazione come in frenata.

La progettazione e la realizzazione di tale rivoluzionario ed evoluto pneumatico si traduce anche in risparmi e in protezione dell’ambiente: circa 200 Milioni di pneumatici in tutto il mondo, ogni anno, vengono smaltiti prematuramente a causa di una foratura, per i danneggiamenti causati da cattive condizioni del manto stradale o per le usure irregolari dovute a urti o per via della pressione inadeguata di utilizzo ed ancora per difetti di fabbricazione.

Sul canale Youtube di Internet è possibile vedere i primi test di esercizio su strada dello pneumatico Airless Tire (Uptis).

 

Alcune foto dello pneumatico di nuova generazione

 

 

Fabio Bergamo

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse…

“Città dei motori”: l’Associazione che le raggruppa

0

 

 

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

“Città dei motori”: l’Associazione che le raggruppa

 

Dal 2008 si è voluto raggruppare in una associazione costituita ad hoc tutti i Comuni che in Italia hanno una importante e marcata vocazione motoristica.

L’Associazione è stata denominata appunto “Città dei motori” e ingloba, sotto il controllo dell’ANCI (Associazione nazionale dei comuni italiani) i 35 Comuni che storicamente e produttivamente sono legati al mondo dei motori.

Il legame coi motori di queste città corre su tre specifici binari che sono: quello industriale (la produzione di auto, moto e scooter, imbarcazioni, velivoli, ecc.) quello culturale (musei, fiere, eventi, ecc.) e quello sportivo (circuiti per le gare, gare e manifestazioni per rievocazioni storiche, ecc.).

Lo statuto dell’associazione, come si legge dal sito ufficiale, stabilisce gli obiettivi che la medesima si è posta, riassunti in 7 punti che qui riportiamo.

 

Essa:

1 promuove, valorizza e tutela il patrimonio motoristico italiano presente nei diversi territori attraverso progetti e iniziative di divulgazione, di sviluppo e di difesa dell’autenticità e della qualità, per contribuire alla sua valorizzazione anche al di fuori delle aree interessate.

2 realizza attività volte alla promozione, alla valorizzazione e alla tutela del patrimonio storico-culturale motoristico italiano, con particolare riguardo ai marchi “Made in Italy”;

3 stimola gli enti locali nella promozione e nella difesa dei prodotti, intraprendendo anche iniziative normative e di rivisitazione dell’ordinamento nazionale e regionale in materia;

4 individua, riconosce e promuove un marchio nazionale e internazionale di tipicità (STG) nelle regioni, province o comunità italiane, con apposito registro;

5 organizza iniziative promozionali sul motorismo italiano, sulla sua storia e sul retroterra economico e tecnologico;

6 sottoscrive e promuove accordi-quadro con enti ed organizzazioni di carattere internazionale, nazionale, regionale e provinciale per intraprendere iniziative progettuali comuni;

7 promuove lo sviluppo dei territori e la ricerca, mantenendo stretto il legame con i temi della sicurezza e della tutela dell’ambiente.

Il Presidente in carica è Luigi Zironi, sindaco di Maranello.

I 35 comuni che fanno parte dell’associazione sono: Arese, Ascoli Piceno, Atessa, Bagnoregio, Castel d’Ario, Castelfranco Emilia, Cento, Fiorano Modenese, Galliate, Imola, Mandello del Lario, Maranello, Melfi, Modena, Monza, Nardò, Nicolosi, Noale, Ospedaletti, Paglieta, Piedimonte San Germano, Pomigliano D’Arco, Pontedera, Pratola Serra, Samarate, San Cesareo sul Panaro, San Martino in Rio, Sant’Agata Bolognese, Scarperia e San Piero, Termoli, Torino, Varano de’ Melegari, Varese, Verona, Villafranca di Verona.

Per maggiori informazioni lasciamo il sito della medesima:

https://www.cittamotori.it/next/

Fabio Bergamo

 

 

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse…

 

 

L’Abbraccio Materno della Legge in Brasile

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

Mappa del Brasile con le regioni colorate in cui è suddiviso

 

La Poesia dedicata alla Legge arriva in Brasile (Bahia)

La poesia dedicata alla Legge, scritta da Fabio Bergamo raggiunge il Brasile.

Il viaggio della poesia ha avuto come Base di Partenza la città di Ravello nel 2017 – località rinomata della costiera amalfitana, nota in tutto il Mondo per il suo fascino pittoresco e le sue viste panoramiche mozzafiato che unendo cielo e mare in maniera sublime, danno all’osservatore la possibilità di percepire l’Infinito come in altri pochi luoghi al Mondo – quando essa viene collocata nel Duomo della città.

Ed è proprio da Ravello che tutto ha inizio: così nel 2018 la poesia raggiunge il Benin nella Missione dei Padri Francescani delle Marche guidata da Padre Francesco Pettinelli; a seguire fa tappa in Mali ad agosto 2020, altro importante Paese dell’Africa Occidentale (vedere articolo sul sito iosonobellezza, nella sezione Presentazione) e ad ottobre del 2021 giunge in Brasile nella Regione della Bahia nella città di Utinga (la Bahia è visibile sul lato destro della mappa in colore arancione collocata in alto) presso la Missione che fa capo al Centro Missionario Diocesano di Reggio Emilia (Italia) guidato da Don Pietro Adani (foto in basso).

 

Il Duomo di Ravello dove è custodita la Poesia sulla Legge scritta da Fabio Bergamo

 

Ai bambini e ai ragazzi brasiliani – seguiti dagli educatori della Missione, sono pervenute in omaggio ben 150 copie a colori della poesia, con relativa spiegazione del testo, così da facilitarne didatticamente la divulgazione.

 

Si ringraziano il Sindaco di Ravello Dr. Salvatore Di Martino, la Giunta e i cittadini.

 

 

Dopo aver raggiunto il Brasile sul finire del 2021 Fabio Bergamo deciderà quale paese sarà il prossimo a ricevere la poesia.

 

L’obiettivo della poesia è quello di far conoscere l’importanza della Legge ai più piccoli affinché prendano coscienza, il prima possibile, del suo ineliminabile valore a difesa dei loro diritti e della loro stessa Vita: solo essa – afferma l’Autore – può fare da scudo ad ogni forma di sopraffazione fisica o psicologica (bullismo, maltrattamenti, rapimenti, uccisioni, traumi e menomazioni per violenza od a causa di incidenti stradali), nei Paesi dove si è affermata la democrazia e lo stato di diritto come in quelli dove ancora regna il dispotismo, la guerra o lo sfruttamento minorile del lavoro come del sesso (turismo sessuale, pedofilia, ecc.).

Un primato (così vogliamo definirlo) per l’Autore, considerato che nessuno prima di lui, scrittore italiano o straniero, ha pensato di dedicare alla Legge una poesia, e con essa dunque, solo oggi, si riempie un “vuoto formativo” per gli alunni delle scuole primarie e secondarie inferiori, “addomesticati” alle routinarie poesie di poeti classici che in Italia (come in altri Paesi del Mondo) tutti abbiamo imparato e che oggi come oggi, sono “totalmente scollate” e lontane anni luce dalla realtà con gli abusi, le violenze, le discriminazioni, le disuguaglianze, e le cattiverie commesse a danno dei piccoli e degli innocenti.

Cosa importante è che i piccoli ricorderanno da grandi di aver imparato una poesia sulla Legge, come ha tenuto a ribadire Fabio Bergamo, e pian piano la poesia giungerà in ogni luogo della Terra, anche il più remoto.

La traduzione in portoghese è stata effettuata dagli stessi educatori della Missione in Brasile; le 150 stampe a colori sono state realizzate dalla Tipografia Poseidonia con sede a Capaccio-Paestum (SA) che, con la sua pronta disponibilità ha voluto dare il proprio contributo all’azione educativa intrapresa da Fabio Bergamo a difesa dei diritti, della libertà e della Vita dei Bambini nel Mondo.

 

 

Don Pietro Adani

Don Pietro Adani, Direttore del Centro Missionario Diocesano di Reggio Emilia che ha dato il suo consenso alla diffusione della poesia sulla legge, scritta da Fabio Bergamo, presso la Missione Diocesana in Brasile (Bahia).

Si ringrazia il Sig. Roberto Soncini del Centro Diocesano di Reggio Emilia per la sua gentile collaborazione e l’educatore laico Enzo Bertani e i collaboratori Josè e Luciana.

 

Messaggio di Roberto Soncini per Fabio Bergamo:

I ragazzi del progetto “Não sei, Mas quero” (Non so ma desidero sapere/apprendere), di Utinga – Bahia in Brasile, hanno ricevuto la pergamena con la poesia sulla Legge scritta ed inviata da Fabio Bergamo. Essi, guidati dai loro educatori, si sono confrontati e hanno riflettuto sul testo. Con gioia e entusiasmo hanno letto l’intera poesia comprendendone il significato.
Un ringraziamento particolare all’autore Fabio Bergamo che ha pensato che questa bella iniziativa potesse arrivare oltre oceano.

Con gratitudine la saluto cordialmente
Roberto Soncini

 

Lasciamo qui di seguito le foto ricordo dei bambini e i ragazzi brasiliani che hanno ricevuto la poesia e vi terremo informati sui prossimi luoghi di approdo della stessa. a seguire compaiono gli apprezzamenti dei lettori.

E’ stato girato anche un video nel quale i bambini leggono ad alta voce ed insieme la poesia sulla Legge.

 

 

 

 

 

 

 

 

Alcuni apprezzamenti

Congratulazioni e complimenti a Fabio Bergamo per la dedizione con cui si spende in favore dell’educazione alla legalità dei bambini anche fuori dei confini nazionali. (Avv. Paola Ragosta)

Solo un animo nobile può rendere Poesia la Legge, ben consapevole che la dolcezza delle Muse giunge ai cuori, li addolcisce e li trasforma. Ancor di più se essa parla attraverso i cuori innocenti e puri dei bambini. Complimenti Fabio. (Dr. Roberto Palumbo)

La poesia è veicolo di umanità che unisce tutti i popoli. Una persona sensibile e profonda come Fabio Bergamo arriva al Cuore di tutti, grandi e piccini, e raggiunge tutti i continenti del Mondo. (Felice Pastore)

Complimenti Fabio, meriti tutto l’interesse per i tuoi versi che hanno oltrepassato l’oceano. GRANDE! (Francesco Carillo)

“Ho avuto il piacere di conoscere Fabio Bergamo e in lui ho incontrato un vero professionista, attento, preciso e meticoloso, e con un grande obiettivo: la sicurezza stradale. Le sue idee possono fare veramente la differenza ed evitare dolorose tragedie”. Avv. Pierlorenzo Catalano – Studio Legale Maior – Napoli.

“Da Ravello in poi. Notevole. Congratulazioni Fabio”. (Prof. Alfonso Vocca)

“Grazie e Complimenti” (Marco Nicastro)

“Complimenti Fabio” (Dr. Luca Nuzzo)

 

 

Pubblicazione: 5 novembre 2021

Fabio Bergamo

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse…

 

Bollo Moto: come, quando e perché va pagato

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

Bollo Moto: come, quando e perché va pagato

 

Tutti i veicoli in circolazione sono tenuti per legge a pagare il bollo, non fanno eccezione le motociclette ed i ciclomotori, che come le automobili e gli altri mezzi a motore che transitano sulle strade, con targa e assicurazione RC, sono iscritti al Pubblico Registro (PRA).

Chiariamo una volta per tutte perché il bollo va pagato

Il Bollo moto (come quello da pagare per gli altri veicoli) è una tassa di possesso: il proprietario paga annualmente tale tassa perché nel guidare e nell’utilizzare il suo veicolo si serve delle strade per spostarsi da un luogo ad un altro, per viaggiare, per andare a lavoro, ecc. Esso è una tassa regionale, quindi il suo importo può variare in base alla regione di residenza del possessore.

Si parla da tempo di eliminare tale tassa a carico dei possessori di veicoli a motore circolanti in strada (auto, moto, ecc.) ma ad oggi nulla è cambiato.

A mio modesto parere sarebbe giusto ridurla significativamente e farla pagare sulla base del reale utilizzo del veicolo (ore e giorni di guida) e della mole di traffico attuale (tasso di mobilità effettiva in strada), ad es. includendo il suo costo sul prezzo dei carburanti, naturalmente eliminando o riducendo buona parte delle accise che oggi dilatano grandemente il prezzo alla pompa a danno delle tasche dei consumatori (famiglie, lavoratori, pensionati, ecc..).

Pagare il bollo senza l’utilizzo del veicolo, (che è appunto un mezzo di trasporto e che in quanto tale solo circolando può assolvere alla sua funzione) comporta che tale tributo si trasformi subdolamente in imposta, visto che il proprietario del veicolo non avrebbe nulla in cambio, in termini di vantaggio o utilità, nel pagarlo quando esso resta inutilizzato (si pensi a quante volte l’auto o la moto vengano lasciati a casa per via del troppo traffico a causa del quale aumenta maggiormente il rischio di incidente o si impiega più tempo del dovuto per raggiungere il luogo prestabilito o ancora perché non si trova parcheggio, ecc.).

 

Rispetto agli automobilisti, i motociclisti sono 8 volte più a rischio di incidenti mortali

 

In base alle leggi vigenti, nel caso delle moto abbiamo due tipi di bollo:

1 Per i Motocicli (moto con cilindrata superiore a 50 cc) si parla di tassa di possesso; essa va pagata sia che essi circolino in strada o che circolino solamente su strade e aree non aperte alla circolazione.

2 Per i Ciclomotori (scooter e moto fino a 50 cc di cilindrata, e quadricicli leggeri con potenza non superiore a 4 Kw) che circolano sulle strade si parla di tassa di circolazione forfettaria e va pagata entro il 31 gennaio di ogni anno. Tale tassa non si è tenuti a pagarla se il mezzo viene usato solo su aree e/o strade private. È meglio informarsi al momento dell’acquisto del veicolo perché l’importo di essa differisce da regione a regione (indicativamente oscilla tra i 20,00 e i 23,00 euro per i ciclomotori, mentre per i quadricicli leggeri varia dai 50,00 ai 60,00 euro).

 

Come si calcola, dove e quando si paga

L’importo del bollo moto viene quantificato attraverso un calcolo che prende in considerazione due fattori:

1 – La potenza in KW del motore della moto

2 – La classe di inquinamento della moto (ad es. euro 1, euro, 2, euro 3, euro 4)

(Queste due informazioni sono riportate sulla carta di circolazione della moto nota come libretto)

Alla classe di inquinamento del motore della moto è abbinata una tariffa che va calcolata per il numero dei KW di potenza del motore stesso. Tale tariffa è stabilita a livello regionale, quindi può differire da regione e regione.

La tariffa prevede una quota fissa e una quota variabile. Quella fissa ha come base di calcolo, 11 Kw di potenza del motore e dunque avremo:

26,00 euro per le moto Euro 0 fino a 11 Kw;

23,00 euro per le moto Euro 1 fino a 11 Kw;

21,00 euro per le moto Euro 2 fino a 11 Kw;

19,11 euro per le moto Euro 3, Euro 4 e superiori fino a 11 Kw;

 

Quella variabile che si aggiunge a quella fissa, quando la moto supera gli 11 Kw di potenza, prevede che per ogni Kw in più vanno aggiunti:

1,70 euro per le moto Euro 0 con più di 11 Kw;

1,30 euro per le Euro 1 con più di 11 Kw;

1,00 euro per le Euro 2 con più di 11 Kw;

0,88 euro per le Euro 3, Euro 4 e superiori con più di 11 Kw.

 

Guidare un veicolo dotato di abitacolo, come una automobile, un autobus o un camion, garantisce maggiore sicurezza per coloro che sono a bordo; per questa ragione i conducenti devono guidare con più attenzione quando incontrano sul loro percorso uno o più motociclisti. Sarebbe buona cosa mantenere una distanza di sicurezza adeguata dal motociclista che precede l’automobile o un altro veicolo dotato di abitacolo; e lasciare un adeguato spazio laterale tra il motociclista e il veicolo quando si decide di sorpassarlo.

 

Attualmente le modalità di pagamento del bollo moto sono tante. Esso può essere pagato online con le normali carte di credito come anche dal proprio conto corrente (home banking) o tramite delle App direttamente dal proprio Smartphone, oppure recandosi presso i seguenti esercizi commerciali:

Uffici di Poste Italiane

Uffici di Poste private

Agenzie di pratiche auto

Punti vendita Lottomatica

Sportelli bancari

Punti vendita SisalPay

 

Scadenze e sanzioni

Il bollo moto va pagato una volta l’anno. Ci sono due scadenze: a gennaio e a luglio.

Pagando il bollo oltre la scadenza prevista si paga una sanzione, in base ai giorni di ritardo.

 

Sanzioni in base al ritardo del pagamento (mora)

Se si paga in ritardo da 15 a 30 giorni, bisogna versare l’1,5% in più rispetto al costo del bollo

Se si paga in ritardo da 31 a 90 giorni, bisogna versare l’1,67% in più rispetto al costo del bollo

Se si paga in ritardo da 91 a 365 giorni, bisogna versare l’3,75% in più rispetto al costo del bollo

Se si paga dopo 365 giorni dalla scadenza, bisogna versare il 30% in più rispetto al costo del bollo, a cui si aggiungono gli interessi di mora dell’1% per ogni semestre di ritardo.

 

Per coloro che pagano il bollo per la prima volta, perché hanno acquistato la moto da pochi giorni:

1 se la moto è nuova, va versato entro l’ultimo giorno del mese di immatricolazione;

2 se la moto è usata ma è già coperta da un bollo in corso di validità, il primo pagamento è da effettuarsi alla scadenza stabilita;

3 se la moto è usata ma in regime di sospensione della assicurazione RC, sono valide le stesse regole di una moto nuova.

 

Alcuni esemplari di moto conservati in un museo

 

Agevolazioni per le moto elettriche e storiche

Le moto elettriche godono della agevolazione che consente al proprietario di essere esentato dal pagamento del bollo per i primi 5 anni dalla immatricolazione del veicolo.

Per le moto storiche ci sono due condizioni per usufruire dell’agevolazione:

1 per le moto che hanno tra i 20 e i 29 anni (dotate però di Certificato di Rilevanza Storica, rilasciato dagli enti preposti) si ha diritto ad uno sconto del 50% della tassa.

2 per le moto che hanno 30 anni o più, il proprietario è esentato dal pagamento del bollo ma è tenuto a pagare annualmente una tassa di circolazione forfettaria, il cui importo è stabilito a livello regionale.

 

Fabio Bergamo

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse…

Il Ponte Coperto di Pavia

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

Il Ponte Coperto di Pavia

Fedele riproduzione di quello di epoca medievale

Il Ponte Coperto, simbolo di Pavia, noto anche come Ponte Vecchio, si eleva sopra il fiume Ticino e collega il centro storico della città sito sulla riva sinistra, noto anche come Borgo Basso, ed il quartiere denominato Borgo Ticino o Lungo Ticino, collocato invece sulla riva opposta e che storicamente era fuori delle mura cittadine.

Il ponte, lungo circa 200 metri, si presenta oggi, con cinque arcate ed ha tre caratteristiche principali che lo rendono unico da un punto di vista architettonico: è totalmente coperto; su uno dei due piloni centrali di sostegno si erge una cappella dedicata a San Giovanni Nepomuceno, protettore dei nuotatori; ed alle sue estremità presenta due portali di ingresso al piano destinato al transito dei pedoni e dei veicoli.

La costruzione del ponte risale all’epoca romana, sotto l’impero di Ottaviano Augusto (63 A.C. – 14 D.C.). Infatti, in quel tempo, era già presente tale infrastruttura utile a collegare le due sponde del fiume: ancora oggi sono visibili i resti degli antichi piloni, in prossimità di quelli odierni, quando, nei periodi più caldi dell’anno, il livello del Ticino è molto basso.

Nel XIV secolo, precisamente nel 1351, quando il ponte di costruzione romana è abbandonato a se stesso e ridotto a rudere già da diversi secoli, vengono avviati i lavori di costruzione del nuovo ponte che viene ultimato nel 1354.

La foto mostra i resti del ponte realizzato nel XIV secolo

Posteriormente alla antica struttura è visibile una delle arcate del ponte attualmente in uso

 

Il ponte ultimato appunto nel 1354 fu progettato dagli architetti Giovanni da Ferrera e Jacopo da Cozzo. Esso si presentava con 7 arcate e due torri alle estremità, realizzate per scopi difensivi ed era collocato 30 metri più a valle del ponte di epoca romana.

Fu Galeazzo II dei Visconti (1320 – 1378) a volere che il ponte fosse coperto: la copertura a forma di tetto era sorretta da 100 pilastri in granito; la cappella centrale dedicata a San Giovanni Nepomuceno fu aggiunta molto più tardi, nel 1746.

 

                           Immagine ritraente il nobile Galeazzo II Visconti

Signore di Pavia, Alessandria, Asti, Alba, Vercelli, Como, Tortona, Novara.

 

Esso fu utilizzato fino alla metà del XX secolo, allorquando fu gravemente danneggiato e reso inutilizzabile dai bombardamenti delle forze alleate, avvenuti a Pavia nel 1944, contro gli invasori tedeschi, nel secondo conflitto mondiale: gli ordigni sganciati dagli aerei causarono il crollo di una delle arcate.

Finita la guerra, considerata la forte corrente del fiume ed il timore di una possibile inondazione dovuta al crollo della struttura ormai indebolita si optò non per il suo rifacimento ma per la sua totale demolizione, che avvenne nel 1948 con l’uso della dinamite: i lavori di costruzione del nuovo ponte ebbero inizio nel 1949 e terminarono nel 1951 con la sua inaugurazione.

 

Vista dell’interno del Ponte Coperto di Pavia

 

 

Vista dall’alto del Ponte Coperto di Pavia

 

La Cappella religiosa al centro del Ponte Coperto

Il Ponte Coperto di Pavia incorpora una cappella religiosa dedicata a San Giovanni Nepomuceno, martire per annegamento nel fiume Moldavia nel 1393, per ordine di Venceslao, re della Boemia, ricordato con l’appellativo del “Re Fannullone” per la sua inclinazione all’ozio ed ai vizi. In essa è presente una nicchia nella quale trova posto la statua del Santo, protettore dei nuotatori e di coloro che sono in pericolo di annegare; il Santo protegge altresì le popolazioni dalle alluvioni e le esondazioni dei fiumi e del mare.

 

La statua di San Giovanni Nepomuceno

Protettore dei nuotatori e di coloro che rischiano l’annegamento

 

 

La targa dedicata allo scienziato Albert Einstein (1879 – 1955)

Nel 2005 a 50 anni dalla morte di Albert Einstein, sul ponte, nella posizione centrale, è stata collocata una targa a suo ricordo, con una frase dello scienziato che quindicenne soggiornò a Pavia per un anno, a cavallo tra il 1894 e il 1895.

La targa riporta la frase: “Ho spesso pensato al bel ponte di Pavia” contenuta in una lettera inviata da lui, molti anni dopo, tra il 1946 e il 1947, ad Ernestina Marangoni (1876 – 1972), sua amica durante la permanenza a Pavia della famiglia dello scienziato.

Targa a ricordo di Albert Einsten

 

 

Albert Einstein all’età di 15 anni

 

Il Monumento alle Lavandaie

La statua dedicata alle lavandaie, posta nelle vicinanze del Ponte Coperto è un altro simbolo della città. La scultura in bronzo, opera dell’artista Giovanni Scapolla, realizzata nel 1981 vuole ricordare tutte le lavandaie che ogni giorno si recavano al fiume per lavare i panni in cambio di una miserevole paga.

L’artista nel realizzarla riprese l’aspetto e le fattezze di sua madre, lavandaia anch’ella e nota ai pavesi col nome di “Sciura Teresina”.

Il lavoro di lavandaia era non solo duro da un punto di vista fisico ma metteva a rischio la salute delle donne che lo svolgevano sia di giorno che di notte: d’inverno lavorando col freddo accendevano il fuoco per riscaldare l’aria circostante e mitigare così le temperature gelide.

Nel 2016, a 35 anni dalla sua realizzazione, la città ha organizzato una festa alla quale hanno partecipato due lavandaie ancora viventi.

 

Il Monumento alle Lavandaie di Pavia

 

Vista frontale del Monumento alle Lavandaie di Pavia

 

 

 

Bellissima veduta del Ponte Coperto di Pavia

 

 

Il Ponte coperto di Pavia al tramonto

 

Fabio Bergamo

 

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse.

 

Monterosso: L’ Infinito nell’immediato, lo spazio nel tempo

0

ARTICOLO IN ANTEPRIMA, PER ACCEDERE AI CONTENUTI DEL SITO IOSONOBELLEZZA BISOGNA ISCRIVERSI A PARTIRE DAL 10 DICEMBRE 2020

 

“Monterosso”

La Resurrezione del tempo e la giustizia cristiana nell’uomo

breve racconto speculativo di Fabio Bergamo

 

Il presente scritto è dedicato alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

In copertina, il ritratto in acquerello dei giudici Falcone e Borsellino è stato realizzato dall’artista italiano MICHELE BATTISTELLA che ha consentito al sito iosonobellezza.it di Fabio Bergamo la sua pubblicazione.

 

 

“L’infinito nell’immediato, lo spazio nel tempo” 

Col tramonto del sole le ombre delle case del paese si allungavano scurendo le viuzze che, come dolci insenature di scogliera, disegnavano la ragnatela conducente ai rifugi della sera. Poche deboli luci rompevano il buio come il pianto di un bimbo, in una notte calma e silente in una località, quella di cui vi parlo, che nello scenario naturale in cui era incastonata, offriva alla bellezza il suo più autentico senso estetico.

Il sindaco di Monterosso così chiamato perché a ridosso del paese vi era appunto un monte, chiamato Staglione, che nella stagione autunnale vedeva i suoi alberi dipingersi di un colore rosso acceso, facendo sì che la scoscesa parete assumesse nel complesso un colore unico, al punto da essere luogo caratteristico per i visitatori, come già per gli abitanti, era solito percorrere puntualmente, allo stesso orario, alle otto di mattina, e col medesimo percorso, da “via del tronco fiorito” a “via del fiume antico”, le sue caratteristiche stradine costituite anche di piccoli archi in pietra unenti le abitazioni, e da un selciato di pietre erose dal tempo e dall’uso, che lo portavano ogni giorno al Municipio per svolgere le funzioni di primo cittadino.

La vita del paese, composta poco più, di millecinquecento anime, riprendeva intorno a quell’ora: le prime botteghe cominciavano ad avviarsi nelle loro attività, i mastri attendevano con una certa impazienza i loro giovani apprendisti o fidati e ormai provetti lavoranti mentre preparavano i loro attrezzi, quasi per rito magico al fine di sacralizzare l’avviata nuova giornata lavorativa; le instancabili massaie mettevano in subbuglio le proprie case aprendo porte e finestre e cominciando ad esercitare il loro potere di padrone indiscusse delle loro stanze agitando tappeti e lenzuola, cuscini e quant’altro avesse a che fare con il ricambio dell’aria, dopo una notte stagnante e immobile al chiuso.

 

 

Essendo Monterosso un paesino di montagna a ridosso dell’appennino marchigiano, le attività che garantivano ad esso una discreta economia, potrei dire di tipo autarchico, erano quasi esclusivamente agricolo-artigianali, e ciò garantiva ai suoi abitanti la conservazione delle tradizioni più antiche che di generazione in generazione si erano trasmesse fino a noi, incredule testimoni di un tempo lontano e perlopiù bistrattato, non per esprimere biasimo, dalla gioventù moderna.

Un patrimonio di esperienze, di sacrifici e di amore infinito per la propria terra tornava a rivivere ogni giorno, allo spuntar del sole, come per miracolo, nella maniera in cui una persona quasi spacciata per una malattia o un male improvviso non facile a diagnosticarsi, tornasse a guardare con fiducia la vita, una volta superato il pericolo a cui era stata sfortunatamente soggetta: ecco, superata la notte, il giorno sembrava offrire le energie necessarie a ben sperare; la dolce primavera del cuore dunque riusciva a prevalere, in uno sforzo non certamente facile ma per questo più appassionante, sul freddo inverno della modernità.

Insomma, la saggezza dell’uomo vecchio si trasformava nella novità di ciò che veniva plasmato e realizzato appunto con perizia e discernimento di pensiero maturati nel corso dei secoli. La vecchiezza dei metodi antichi non era così un limite ma un valore da conservare strenuamente in quanto la modernità, priva appunto del tempo, che benigno l’antico recava nascostamente in esso, come la preziosa anima di un corpo, non era in grado di giudicare una realtà che non le appartenesse già semplicemente per principio, e proprio uno dei saggi del paese, un falegname dalla veneranda età, ben ottantanove anni di lucido intelletto, di cui non ricordo, io da giovane, il nome e col quale scambiai alcune parole quel bel primo giorno a Monterosso, era solito dire, ai turisti e a chi fosse lì di passaggio, a mo’ di esortazione, che la modernità del mondo d’oggi non poteva fare a meno dell’antico del passato per distinguersi da esso, perchè solo la diversità di entrambi avrebbe fatto in modo che reciprocamente tali realtà si valutassero per quelle che realmente sarebbero state per coloro che ne avessero appunto, in una maniera o in un’altra, usufruito almeno, a segno di speranza, consapevolmente.

 

 

La tradizione, alter ego del tempo, volendo io darle una semplice ma precisa definizione dunque, dopo aver appreso e rimuginando in quel momento le parole dell’amabile anziano, è la memoria calata nella realtà del presente, un presente sospinto dalla modernità verso il futuro ma che non può definirsi tale senza appunto un passato, un sostrato, una memoria che si suole definire anche “memoria storica” quando parliamo di eventi che hanno modificato e modificano in positivo e in meglio l’evoluzione della consapevolezza umana, la conoscenza profonda di sé di fronte alla sua condizione.

 

“Il Tempo è la memoria calata nella realtà del presente”

Fabio Bergamo

 

La modernità dunque non è futuro (tale concetto è, stando così le cose, praticamente aleatorio e tutt’altro che razionale) perché il futuro ha bisogno della memoria, ha bisogno del tempo, direi ancora in inglese di un “background spazio-temporale” e la modernità è priva di questa caratteristica perché in essa il tempo è morto, in quanto fugace, effimera appunto e come ho detto, aleatoria già come concetto.

Sì, il tempo è proprio morto, dissi tra me e me; esso è stato ucciso, ammazzato dall’arrivismo, dalla competizione portata al suo estremo, dalla fretta che regola le nostre attività quotidiane, nel lavoro come in tutte le altre azioni, e ciò si evince anche curiosamente dal nostro impreciso ed approssimato uso dell’orologio che non viene letto per l’orario corretto (puntuale è il caso di dire) che esso riporta, in quanto consultato in un determinato istante, mediante l’ora e le sue precise frazioni, ma considerato, inconsciamente, quasi come una classica clessidra a bulbi, misurante per confronto, il tempo rimanente, in funzione di quello già scaduto e dunque trascorso e ancor peggio, proprio a conferma di ciò che vado asserendo, per l’idea che si ha del tempo, nel mondo d’oggi, dalla periodicità, ripetitività di certi fatti incresciosi o peggio ancora tragici che appunto in un tempo da definirsi tale, perché segnato da una sua scansione non solo cronologica, ma storica, non dovrebbero più ripetersi; infatti la domanda “che ora è?” dovrebbe vedere capovolto il rapporto soggetto-predicato e trasformarsi in “che è ora?” ossia “che tempo è ora?” nella consapevolezza della realtà attuale, dell’essere del tempo perché le ore che scandiscono il tempo cronologico sono le stesse ogni giorno, ma la realtà del tempo, la sua essenza, cambia di continuo, in virtù delle informazioni che sono la base, la piattaforma della comunicazione portante allo sviluppo di una cultura (e di una società) che sappiamo il più delle volte, governata politicamente, tramite i mass media, quando non capace di apportare un cambiamento, in meglio, della realtà (status quo o anche stagnazione).

Là per là, strafacendo e allungando i miei passi nel saliscendi delle stradine del paese ricche di scalini di tanto in tanto numerati a ricordare quelli già superati e decorate nelle pareti esterne delle case da maioliche dipinte a rappresentare artisticamente l’ameno  paesaggio del luogo, mi chiedo provocatoriamente anche: ma allora a cosa serve essere in orario a scuola o sul luogo di lavoro o ancora servirsi dell’aereo per giungere prima e più lontano, se poi il tempo della memoria, la storia con le sue vicende, non ha la sua meritata ed efficace considerazione all’interno della modernità del presente?

 

 

Qual è dunque il nostro destino, quale la nostra meta finale se non sappiamo da dove proveniamo e come allora imbatterci in questo oscuro, incerto cammino? Dove stiamo andando se siamo in una realtà senza ritorno, senza memoria? Quando organizziamo un viaggio, una trasferta, o una vacanza forse, non stabiliamo a priori anche le modalità del ritorno e allora perché la memoria, il passato è stato annullato dalla modernità?

Queste domande mi accompagnarono durante il breve soggiorno a Monterosso, che durò appena due giorni, e ripromisi a me stesso di tornarci successivamente, appunto per meditare su questi profondi interrogativi che il luogo coi suoi unici personaggi, incastonati in un paesaggio pittoresco abbastanza, da invitare un bravo artista, oltre ad ammirare, a eternare su tela col suo talento espressivo, questi soggetti fatti di posti e di persone, mi aveva prospettato, e per trovare per essi delle risposte utili a saziare il mio spirito indagatore indirizzato sul sentiero della ricerca della verità come profonda comprensione dell’essere.

Ogni cosa, osservata con lo sguardo della riflessione consapevole, che intorno a me si presentava aveva un qualcosa di magicamente imperituro; sì, ciò che io vedevo aveva superato il tempo, lo aveva vinto dando per questo ad esso il valore suo proprio come nel caso di un olivo secolare – scelto a simbolo di Monterosso proprio per volontà del sindaco e presente in un angolo della piazza del paese e precisamente in uno spazio verde antistante la piccola scuola elementare intitolata a Don Ferrante Aporti grande pedagogista italiano della prima metà del XIX secolo – che superando il forte freddo dell’inverno e il gran caldo dell’estate resisteva ormai da diverse centinaia d’anni, alle intemperie della natura perché esso stesso era ed è la natura.

Osservando e contemplando quel maestoso albero di ulivo compresi dunque che il tempo nella sua scansione, nel suo inesorabile fluire confermava la sua, solo all’apparenza paradossale, immanente eternità.

Ogni istante nell’universo del tempo aveva un significato che andava oltre se stesso, superando il suo limite concettuale: l’attimo, la scansione del momento, era il microcosmo, la rappresentazione in miniatura, in scala ridotta, o per meglio dire il concentrato di tutto il tempo preso nella sua assolutezza, nella sua interezza, dunque l’immediato nella sua eternità che si identificava appunto in una sola parola che è “memoria”.

Conclusi che il momento fosse l’anima del tempo, il suo atomo, la sua infinitesima parte; un momento inserito però in esso e non fuori, perché ciò avrebbe portato ad un non senso della sua realtà che andavo esaminando, anche in considerazione – in forma di indizio, come nelle ricerche di un esperto ispettore di polizia – del nome della strada “fiume antico” che appunto riportava alla mia immaginazione, a mo’ di ossimoro, l’acqua nel suo inesorabile scorrimento su un fiume perenne, immutabile nella sua realtà naturale.

 

 

La stessa impressione facevano al mio pensiero – al pari dell’olivo pluricentenario soprannominato dagli abitanti di Monterosso “Matusalemme”, e ormai considerato monumento naturale del paese e che molti di essi abbracciavano affettuosamente come fosse un loro caro tornato da un lungo e periglioso viaggio – le abitazioni delle famiglie, semplici nella loro struttura ma caratteristiche a vedersi: in massima parte costituite da un pianterreno ed un primo piano, erano dotate di un caminetto nella sala principale, la quale fungeva da luogo di prima accoglienza degli ospiti, le camere da letto erano al piano superiore; nel rispetto della tradizione esse erano realizzate tutte in pietra con pareti molto larghe così da essere fresche d’estate e calde d’inverno oltre a garantire una buona stabilità della struttura nel suo complesso.

Il pavimento al pianterreno poi, era costituito da ciottoli in pietra di fiume, variopinti nei colori e diversi nelle dimensioni e costituivano un vero e proprio mosaico secondo la loro disposizione a forma di fiore, di foglia o altro elemento che rappresentasse la natura. Quello delle camere era invece, in legno, perché caldo e leggero e sottratto all’umidità del terreno e simile al parquet di oggi.

Il loro interno era uno scrigno di ricordi: ogni famiglia amava appendere alle pareti piccoli attrezzi da lavoro in base alle attività svolte dai propri avi: ciò che veramente mi sorprese fu questo, ossia la volontà di non dimenticare, la volontà appunto di rendere perpetuo ciò che meritava di essere valutato tale. Commuovendomi, mi convinsi ad un certo punto, che un attaccamento così forte alle origini era una caratteristica propria del Dna di questa popolazione tanto semplice e tanto generosa nell’accoglienza dei forestieri come pure nel modo di vivere nella reciprocità dei rapporti familiari o di sentita amicizia tra gli stessi paesani.

A parte le comuni feste di paese a Monterosso, infatti, vi era una particolare tradizione che per la prima domenica dell’inizio di ogni nuova stagione voleva che tutte le famiglie riunite in piazza, dopo la messa, si incontrassero per scambiarsi doni sia di pietanze cucinate al momento e ortaggi appena raccolti sia di oggetti realizzati dai capaci e provetti artigiani come attrezzi da lavoro o di uso domestico per le massaie, al fine di sopperire a qualche mancanza o insufficienza nei confronti di chi in quel momento era privo di tali cose; ma essendo una tradizione che faceva protagonisti anche i bambini nel simile scambio di doni, rispettivamente tra maschietti e femminucce, aveva più un valore simbolico in quanto mirante a tenere unita la comunità, in previsione di possibili avversità dovute anche a calamità naturali o accidenti climatici che avessero potuto malauguratamente colpire anche una singola famiglia, una sola casa, in cui l’impegno, l’intervento di tutti sarebbe stato fondamentale per il loro superamento.

Questa ricorrenza infatti, come avevo saputo da una signora che mi aveva ospitato nella sua casa, per vedere come l’ambiente delle abitazioni era organizzato, era stata istituita dal Comune per rispondere all’appello del medico di Monterosso che in occasione del terremoto, verificatosi nel 1959, aveva salvato con le sue mani, dalle macerie dell’unica sfortunata casa crollata, appunto a causa del sisma, un bimbo di sei anni, mentre a perdere la vita furono i genitori e la sorellina di dieci.

 

 

Quella esperienza, mi disse la signora, segnò emotivamente gli abitanti e turbò molto il medico pediatra Faustini, unico dottore all’epoca, del paesino, il quale giurò a se stesso che bisognava fare in modo, e con qualsiasi mezzo, che la brava gente di Monterosso, da quella sciagura, imparasse ad essere pronta a qualsiasi evenienza onde evitare che una sorte simile, toccata già ad una delle famiglie, si ripetesse arrecando ancora altro dolore tra la benevola popolazione; in pericolo dunque, per il bravo dottore al quale i piccoli, quando amoroso dopo averli visitati, li prendeva in braccio, amavano toccare incuriositi i baffi candidi come il bianco camice che indossava, non era solo la vita delle persone ma la stessa armonia che regnava nella piccola località di montagna nota nel mondo, per il suo monte che in autunno si colorava di un rosso vermiglio.

Unico monumento artistico del paese, a parte una targa a ricordo della famiglia tragicamente scomparsa a causa del sisma del ’59, era la scultura a mezzo busto dell’irredentista Cesare Battisti che sacrificò la sua giovane vita per la causa patriottica italiana nei confronti dell’impero austro-ungarico.

Il monumento era al centro del giardino – quest’ultimo collocato frontalmente al palazzo comunale e di forma rettangolare – infatti, dalle finestre dell’edificio era possibile scorgerlo tra gli alberi presenti nell’ampio spazio verde, dotato anche di vialetti arricchiti ai loro bordi di fiori variegati nelle colorazioni e nelle qualità, di panchine in legno all’ombra delle piante e di un avvallamento, un fossato di forma circolare scavato artificialmente nel terreno in cui confluiva l’acqua proveniente dalla sorgente del famoso monte del paese che offriva ai pesci ed alle rane la possibilità di sussistere e proliferare in esso: il tutto però raggiungeva il massimo, l’acme della bellezza nel periodo primaverile, in occasione del quale mi trovai in quei giorni, quando gli uccelli col loro differente ed intrecciato cinguettare danno all’ambiente la voce, il canto che ad esso manca e che occorre, in forma di musica sinfonica, a completare il quadro bucolico e nel contempo romantico del luogo.

In tale fantastico scenario dunque all’uomo non rimane che una sola cosa, che è poi sua specifica prerogativa, ossia la contemplazione: il bearsi liberamente di ciò che la natura gli ha donato, senza limiti di tempo, in quanto riproduzione spontanea in perpetuo di se stessa.

E proprio qui risiede l’affascinante mistero di essa: la sua eternità nel momento, nell’attimo della sua spontanea intuizione o apprensione; e da questa felice consapevolezza andavo sempre più avvicinandomi così al segreto della vita celato proprio, anche stavolta in una solo apparente paradossalità, nella sua natura.

Il giorno seguente, ultimo del mio breve soggiorno, ebbi l’occasione di incontrare proprio il primo cittadino, che avevo avuto modo di vedere ritratto nella bacheca del fotografo del paese, in una foto scattata durante la processione che ogni anno si tiene il 4 di dicembre in onore della Patrona di Monterosso che è Santa Barbara, e naturalmente con lui scambiai piacevolmente due parole nel parco, prima che si dirigesse nella sede istituzionale per svolgere il suo compito amministrativo delegatogli mediante elezioni, due anni prima.

 

 

Ci fermammo a discutere, seduti ad una panchina per quasi un’ora e il luogo ameno, fatto di natura vivace e rigogliosa ispirava appunto ad esprimere pensieri e concetti utili a confermare ciò che già il filosofo greco Anassimandro aveva sostenuto oltre duemilacinquecento anni orsono con tanta lucida intelligenza, e cioè che la giustizia umana è, e non può che essere conforme all’ordine naturale; e proprio alle nostre spalle una tavoletta in legno, a forma di insegna rettangolare inchiodata ad altezza d’occhio ad un paletto, sempre ligneo, infisso al margine del sentiero, riportava scolpita una sua arguta, profonda elucubrazione giunta a noi dal passato, come in un viaggio nel tempo ma presente e viva oggi, ora, adesso per noi, quasi a motivo di severa esortazione ribadita come un’eco veniente da lontano proprio come la natura, che nel suo perpetuo ripetersi si rinnova, e che giustamente da indovinato scenario incorniciava in modo perfettamente appropriato il nostro interessante colloquio: «Principio degli esseri è l’infinito… da dove infatti gli esseri hanno origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo»  (Anassimandro, in Simplicio, De physica, 24, 13).

Il sindaco, confidandomi di non essere un filosofo, avendo più una cultura tecnica che umanistica, mi chiese di chiarirgli, svelargli il recondito o meglio ancora segreto contenuto della frase di Anassimandro e fui felice di fornirgli delle spiegazioni utilizzando, per facilitare la comprensione del significato sapienziale di essa, degli esempi e sapendo anche, che su quella celebre frase molti grandi filosofi avevano espresso delle interpretazioni non tutte naturalmente complete nella loro chiarificazione, fui costretto ad avviare il mio ragionamento su di essa partendo dalla mia seguente frase avente valore di massima, caratterizzata da un dualismo filosofico: “L’Infinito nell’immediato, lo spazio nel tempo”.

Insomma volli rappresentare mediante una proporzione di tipo matematico il rapporto esclusivo e necessario tra tali categorie per spiegare il mistero della sapienza della vita e dunque della sua giustizia nella più tangibile realtà, quest’ultima legata alla sua intima essenza.

Scaturendo dall’Apeiron (l’infinito) secondo Anassimandro, la separazione dei contrari da cui l’anelito all’armonia degli opposti nella natura fisica ed umana, affermai che per ben capire cosa volesse intendere il filosofo greco, bisognasse pensare agli opposti, calati in un tempo, in una realtà che li portasse prima ad attrarsi fino a toccarsi – ricordandomi in quel momento il paradosso che si celava nel nome della via del tronco fiorito  – quasi a collidere nel senso di apparire uguali, simili ai più, ossia ai meno sapienti, nella confusione della loro interpretazione e a respingersi, in un dopo contemporaneo al prima, e quindi essere distinti proprio dalla categoria del tempo, quest’ultimo però correlato alla visione dello spazio.

 

 

Ciò che separava l’armonia degli opposti ai fini della giustizia era dunque la chiara distinzione di essi sulla base di una diversa concezione del rapporto di interazione dello spazio col tempo da cui l’infinito nell’immediato; infatti non avrebbe alcun senso il tempo cronologico se prima non avessimo la corretta comprensione del tempo storico per il quale l’immediato appartiene alla memoria, dunque al ricordo e non al presente inteso, dalla massa e dal massificante, erroneamente come modernità.

Il tempo dunque cosa è invero? È la capacità dell’uomo di incidere sulla memoria, esso è così esistenza e non sussistenza della vita umana superante la condizione limitata sul piano fisico-materiale e temporale-economica di essa.

Sulla base del rapporto proporzionale delle due categorie esistenziali per il quale “l’infinito sta all’immediato come lo spazio al tempo” è chiaro che possiamo rendere particolarmente illuminante il rapporto di connessione-unione e distinzione-separazione ai fini della giustizia, tra le categorie degli opposti come per esempio “bene-male” dove nel caso del loro rapporto inquadrato nelle categorie esistenziali, il bene si fa gratuitamente, quindi risulta essere immediato perché privo di secondi fini e senza un destinatario definito, mentre il male no, perché messo in atto da chi usa la violenza per raggiungere uno scopo ben preciso o colpire un soggetto determinato.

Nel caso del dualismo “bello-brutto”, il bello che rappresenta la bellezza nell’infinito dell’immediato si trasforma in brutto nello spazio del tempo in quanto il destinatario di essa è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, utile a catturare il suo sentimento. Il bello calato nello spazio del tempo, ossia nel tempo cronologico, annoia perché ingannevole mentre la bellezza dell’infinito nell’immediato esalta e meraviglia; e su questo dualismo si confrontano e scontrano ad esempio, le categorie della moda fine a se stessa e della moda come arte in quanto tale, come nel caso del fashion-design per l’abbigliamento o del car-design altrimenti detto automotive-design per le automobili, le motociclette e i mezzi di trasporto in genere, ecc.

Nel rapporto tra “vita e morte”, la vita che nel tempo cronologico sembra dunque morte perchè considerata solo una esperienza limitata e finita temporalmente, si trasforma in pura esistenza nel tempo storico dove l’individuo, pur essendo limitato dalla sua breve vita, sacrifica se stesso per un ideale, un credo che va oltre il sé personale come nel caso di Gesù di Nazareth.

Per la “virtù e il vizio” sappiamo che la virtù (facente capo alla libertà, alla spontaneità e purezza di spirito) come buona abitudine ad agire, e quando si agisce lo si fa nell’immediato, secondo il canone del buon dovere, proviene dall’educazione e la formazione trasmesse fin da bambini; il vizio (facente capo alla dipendenza) viene dalla sua mancanza a causa della quale una debolezza, una insensatezza, un misfatto ripetuti, reiterati nel tempo divengono appunto vizio, immaginiamo tutte le forme di dipendenza, ecc.;

Un altro esempio è il rapporto tra “idea-idiozia”: per l’idea sappiamo che essa in quanto intuizione proviene da una memoria ricca di informazioni caratterizzante la persona studiosa, preparata culturalmente ed invece per l’idiozia abbiamo l’imbecillagine, l’ottusità di mente di una persona che non ha nulla in termini di conoscenze e che si suole definire stolta, e appunto tonta perché tardiva di mente in quanto per comprendere le cose, anche le più semplici o meglio le più immediate, impiega più tempo, appunto lo spazio nel tempo;

Nel dualismo “forza-violenza” si capisce che la forza è immediata mentre la violenza è perpetrata nel tempo: immaginiamo per la forza le sommosse popolari e le rivoluzioni, l’intervento delle forze dell’ordine nelle emergenze di interesse pubblico e non di potere; ed invece per la categoria della violenza il crimine organizzato o la politica quando non gode della economicità, della tempestività e risolutività dei suoi interventi trasformandosi in potere conservato e potenziato nel tempo a detrimento dello stato di diritto, della legalità e dunque della vera democrazia, a quel punto infatti non c’è differenza tra sistema politico e delinquenza o crimine organizzato;

Nel rapporto “amore-odio” dove l’amore dell’infinito nell’immediato si trasforma in repulsione/disprezzo/odio nello spazio del tempo causando del male: immaginiamo, in questo caso, l’egoismo in tutti i suoi deleteri aspetti o la gelosia esasperata ed ossessiva nel sentimento di coppia.

E a questi ultimi va ricollegato il dualismo “perdono-condanna” in quanto essi sono forme di giustizia giusta se rimanenti nell’infinito dell’immediato (la condanna  realizzata dalla entità statuale mediante l’ergastolo o la pena di morte) messe in opera nei confronti del colpevole autore del reato; conseguentemente, se così non fosse, saremmo di fronte ad un “perdono” che non porterebbe al cambiamento, ossia all’estinzione definitiva di un determinato atto criminale, sarebbe invece una “condanna” a danno di uno o più innocenti nel corso del tempo e non del colpevole, e ciò starebbe appunto ad evidenziare la sua realtà come inserita nella categoria dello spazio nel tempo e non in quella dell’infinito nell’immediato, e come tale non sarebbe più legittimo e razionale perché non assolverebbe alla sua funzione anzi finirebbe per  giustificare altra violenza; ciò altresì, spiega in modo inconfutabile, perché ogni crimine contro l’umanità (che è scandalo cioè impedimento, intralcio per la reale giustizia come insegna lo stesso Vangelo di Gesù Cristo) anche non mortale ma lesivo della dignità umana – e si pensi anche ad un altro diritto, ossia quello della “dignità ambientale” visto l’inscindibile rapporto uomo-natura – in quanto “assassinio della speranza”, vada condannato con una pena esemplare (ergastolo con isolamento totale portante in breve tempo alla morte del reo, e se a ciò si aggiunge che Dio nella infinita sua bontà è solo, allora tale sistema di giustizia è vero a fortiori) in quanto la giustizia immediata (ossia istantanea e/o definitiva), nel suo esercizio, è opera dei buoni (uomini giusti), la condanna, nel tempo, (dunque cronologica e provvisoria) invece è opera dei cattivi (uomini ingiusti).

 

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno dato, al tempo, col loro esempio di vita, il suo legittimo significato. Memoria e Spirito sono indissolubilmente connessi fra loro perché è lo spirito che consente all’essere umano di evolversi.

 

Così la Giustizia divina di cui parlo, quella vera, autentica appunto perché umana, non ha nulla a che vedere con quella “pseudo-umana” e burocraticamente regolata dai governi soltanto perché un sistema politico-economico deve essere tenuto in piedi, ed a conferma della mia tesi è l’esatto capovolgimento, mediante il rovesciamento delle categorie del dualismo esistenziale, di essa come nel caso degli uomini del calibro dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, non protetti dalle istituzioni, vengono eliminati in maniera immediata, mentre i criminali, esecutori materiali del reato, sono puniti con i diversi tipi di carcerazione, nel tempo, previsti dal codice penale funzionale al sistema e non alla giustizia vera e propria che è fonte di felicità e salute, e che come ho ampiamente dimostrato nella mia argomentazione, è l’essenza della Vera Vita che trova ulteriore prova, a sua giusta conferma, nel Vangelo, per tutti, credenti e non, e al di là di ogni pseudo-schieramento politico che si finge paladino dei diritti umani e civili, quando invece la Giustizia su cui io sto dicendo la verità, non è di sinistra, come non è di centro e di destra.

Senza vera Giustizia, il Mondo è destinato a rimanere così com’è, all’interno di un falso ed illusorio progresso civile, in realtà solo e meramente tecnico, e dominato dai burocrati del potere stagnante, in quanto menomato nella sua Libertà perché basata su un criterio distorto e perverso di Essa.

 

 

Alla fine del mio ragionamento rivolgendomi al primo cittadino concludo: “Vede le ho spiegato come nessuno poteva fare meglio, cosa si cela dietro la famosa frase del filosofo Anassimandro che ci pone di fronte ad una realtà imprescindibile per l’essere umano, cioè quella per cui senza il tempo storico, senza la memoria, l’esistenza dell’uomo è spacciata; a nulla serve il denaro, il lavoro, lo studio, la politica, il progresso tecnologico se appunto viene meno la consapevolezza del tempo da cui scaturisce ciò che mantiene in vita l’essere umano cioè la Giustizia”.

E lui, dopo un momento, una pausa di riflessione mi dice: “Sì non potevo mai immaginare che dietro quelle parole si nascondesse un così profondo significato formativo; nella mia vita ho letto molti libri ma nessuno, in poche parole, ha potuto riassumere veramente il significato più vero dell’esistenza umana che lei mi ha chiarito; non le nascondo infatti che ho cercato per anni la verità nei libri elaborati da illustri intellettuali, grandi poeti e famosi romanzieri, nonché da noti politici a questo punto solo da considerarsi sedicenti tali, ma è bastata una frase a spiegare tutto sulla vita e sulla visione che i giovani, come i miei figli, devono avere di essa per affrancarsi una volta per tutte, da un mondo che mortifica e uccide la loro esistenza, e di questo le sono infinitamente grato; adesso, mio malgrado, devo lasciarla, per assolvere il mio ufficio, ma spero di incontrarla nuovamente, mi auguro che si tratterrà qui, ancora qualche giorno perché so di avere incontrato, oggi, una persona amica”.

Ed io: “In verità oggi vado via, il mio viaggio prosegue e come penso abbia compreso dalle mie parole, il mio agire è personale perchè indirizzato appunto verso il ristabilimento della giustizia nel mondo proprio come nel concetto filosofico, da me elaborato, dell’Unisione dove l’uno è nel tutto, ma le prometto che presto tornerò, Monterosso è un luogo adatto alla contemplazione, al rapporto simbiotico dell’uomo con la natura e dobbiamo ringraziare proprio essa, che pur non avendo un’anima intellettuale, perchè in dote esclusiva all’uomo, ha permesso a noi proprio nella sua semplicità di comprendere ciò che il filosofo Anassimandro aveva afferrato di se stesso, in quanto essere vivente dalla natura molto più complessa, appunto osservandola con gli occhi dell’anima e non banalmente con il solo semplice senso fisico della vista, e nel cortese commiato le faccio un dono in veste di formula concettuale da me coscienziosamente elaborata proprio sul valore, la comprensione del significato del tempo per l’essere umano, e sulla quale potrà esprimere le sue legittime considerazioni in virtù anche del suo ruolo politico tenuto a Monterosso: “il futuro è l’avvenire dell’immediato è il presente trasformato nel domani dell’oggi”..

 

Gesù crocifisso

Santuario Santi Cosma e Damiano in Eboli (SA)

 

 

 

 

Gesù nel Getsemani

 

Fabio Bergamo

 

” NO WISDOM, NO PARTY “

 

Alcuni apprezzamenti:

“Egregio Sig. Fabio Bergamo, mi compiaccio che ci siano ancora persone come Lei, che hanno a cuore temi sociali. Le auguro di riuscire a portare a termine i Suoi meritevoli progetti; pertanto le auguro ogni successo”. Avv. Roberto Zappia (MILANO)

 

Bello scritto, un saggio filosofico in gran parte condivisibile. Bravo Fabio. (Da Silvia)

 

Grazie. E’ meraviglioso come scrive. (Katia)

 

Grande. Bravo Fabio (Da Antonio Simonetti)

 

Ottimo lavoro. (Prof. Alfonso Vocca)

 

“Spero che abbiano molto successo i suoi scritti e che finalmente molti cittadini capiscano davvero cosa è la mafia”. (F.G.)

 

Caro Fabio, chi riesce ad appassionare i lettori è un grande scrittore ed io che nei pochi ritagli di tempo leggo qualcosa, posso dire che sei veramente bravo.  (Francesco Carillo)

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse…

Sono in tanti a lavorare….ma proprio tanti!

0

 

Sono in tanti a lavorare…. ma proprio tanti !

Ma vediamo in che modo ed a quale scopo nella risoluzione dei problemi

 

Volti anonimi privi di espressione: il loro lavoro privo di significato e finalità concreta.

Ad essi basta portare a casa lo stipendio o fare soldi.

 

“Come sei così lavori; come lavori così ami”

(Fabio Bergamo)

 

L’ INCAPACE: il lavoro da lui svolto non sortisce alcun effetto o risultato concreto nel soddisfacimento dei bisogni o nella risoluzione del problemi sofferti dai destinatari della sua opera; in alcuni casi arreca un danno maggiore o ulteriore al cliente (utente/assistito/consumatore/elettore, ecc.).  (Risulta essere una persona disonesta).

 

IL CIARLATANO: è colui che, da impostore, si finge capace e professionalmente preparato rivelandosi, a posteriori, un autentico inetto. Il destinatario della sua attività, nella migliore delle ipotesi, finisce per essere raggirato restando vittima di una autentica truffa, ecc.  (Risulta essere un incapace, e come persona disonesta, un millantatore).

 

IL PARASSITA: la sua attività lavorativa non mira a risolvere il problema ma ad approfittare della situazione che lo stesso genera a suo vantaggio, procrastinando nel tempo gli interventi che pongono ad esso un rimedio certo e duraturo. Il parassita, può identificarsi anche con l’incapace o il ciarlatano.   (Risulta essere un corrotto e/o un abietto speculatore).

 

IL DILETTANTE:  le sue limitate conoscenze unite al suo scarso impegno nel progredire nel settore in cui opera, lo rendono meno abile del professionista; svolge la sua attività senza ambire a migliorare le sue capacità professionali ed il suo benessere economico. (E’ un lavoratore onesto ma poco affidabile; a lui si rivolge chi si accontenta di un lavoro fatto alla buona, dal costo più accessibile ma scadente nella qualità).

 

IL MERCENARIO: è capace nel suo campo ma svolge la sua opera solamente perché da essa ne trae un vantaggio economico; non ha alcun attaccamento o passione verso l’attività da lui svolta, essa è solamente una mera fonte di arricchimento, e per questa ragione offre il suo lavoro a chi lo paga meglio.  (Risulta essere uno speculatore in quanto serve meglio chi è disposto a pagare di più; si vende al denaro più che vendere la sua opera a coloro che a lui si rivolgono; è dunque un “opportunista” e per tale ragione non conviene affidare la propria sorte ad un soggetto del genere).

 

IL PROFESSIONISTA: è esperto nel suo campo; per le sue indubbie capacità incamera lauti guadagni. La sua attività è per lui un lavoro che gli consente di vivere soddisfacendo non solo i suoi bisogni primari ma anche i suoi desideri.   (è chiaramente ambizioso; è onesto perché preparato, rimediando ai problemi causati dagli incapaci, i ciarlatani ed i parassiti; nello svolgere la sua attività si contrappone al mercenario che ambisce smodatamente all’arricchimento attraverso il suo lavoro; finisce per identificarsi come parassita se commettendo degli errori non rimedia ai danni causati dalla cattiva riuscita del suo operato, assumendosi le responsabilità del caso). Il professionista si definisce specialista quando si occupa di un settore o una materia specifica all’interno della professione da lui svolta. Professionista può essere sia un artigiano che una persona titolata; viene considerato tale colui che svolge la propria attività con capacità adeguata, comprovata esperienza e indubbia moralità (etica professionale).

 

 

IL PERFEZIONISTA: definito anche “Miglioratore” incarna l’eccellenza assoluta nel suo campo, vede il suo lavoro come una “missione” attraverso la quale stabilire standard lavorativi e dunque sociali, sempre più elevati, allo scopo di risolvere i problemi alla loro radice, prima che diano i loro deleteri effetti a cui porre successivamente rimedio, attraverso l’opera del lavoratore professionista. Il denaro non è il suo obiettivo principale, per lui esso è solo una forma di riconoscimento per i suoi “meriti”; svolge la sua attività in proprio oppure circondandosi di collaboratori altamente qualificati e fidati che hanno il suo stesso intento; è concentrato soltanto sulle sue idee e sul raggiungimento dei suoi obiettivi; il suo impegno lavorativo è libero da limiti temporali contrariamente a coloro che offrono la loro attività dietro pagamento e per un tempo limitato e prestabilito. (Intellettualmente è un idealista e da un punto di vista etico può definirsi l’unico lavoratore moralmente motivato, perché indotto dal suo atteggiamento benevolo ed equanime – nei confronti del Prossimo e della Vita – a risolvere i problemi prima che essi provochino conseguenze alle quali poi porre rimedio con chiari costi – economici, di giustizia, di diritti, di salute, ecc. – per coloro che ne sono soggetti). I Perfezionisti, unici a conservare la “purezza di spirito” della loro personalità, nello svolgimento del loro lavoro, sono definiti da me anche “Costruttori del domani” e “Temerari del pensiero” (temerari e allo stesso tempo soltanto essi uomini consapevoli) e si identificano con i creativi, gli anticipatori, i precursori, i rivoluzionari, i visionari, gli ideatori, gli innovatori, gli illuminati, gli inventori, gli scienziati, gli intellettuali come scrittori, poeti e filosofi..

 

 

 

    Temerari del pensiero e Costruttori del domani       

 

 

Fabio Bergamo

 

 

Tra i sostenitori compaiono