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CAVALLI DA TIRO E CAVALLI VAPORE

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Con l’avvento dei motori a vapore, bisognava introdurre un’unità di misura, allo scopo di determinare la potenza che tali macchine erano in grado di sviluppare, in funzione dell’utilizzo a cui sarebbero state destinate, come per il loro perfezionamento: era fondamentale avere contezza del numero dei cavalli che le macchine erano in grado di sostituire per compiere lo stesso lavoro. 

Ad introdurre l’unità di misura dei Cavalli Vapore fu, alla fine del 1700, per esattezza nel 1789, in piena rivoluzione industriale, l’ingegnere scozzese James Watt (1736-1819), noto storicamente per aver dato un decisivo contributo al miglioramento dell’efficienza (rendimento meccanico) della macchina a vapore, decretandone così la sua larga diffusione (carrozze, treni e battelli a vapore; mezzi agricoli e macchinari industriali a vapore, ecc..) ed aprendo le porte al motore Stirling a cui seguirà il motore a combustione interna inventato dagli ingegneri italiani Eugenio Barsanti e Felice Matteucci nel 1854; macchina che porterà, di lì a poco, allo sviluppo del motore a 4 tempi, inventato nel 1867, dall’ingegnere tedesco Nikolaus August Otto insieme al suo amico Eugen Langen.  

Pur non potendo effettuare calcoli teorici estremamente precisi, Watt, supportato dalla pratica esperienza, poté stabilire, in maniera molto attendibile, che la potenza di un Cavallo Vapore era quasi pari alla potenza sprigionata da un cavallo da tiro; cosa che sarà confermata, con uno studio condotto nel 1993, dunque oltre due secoli più tardi. La successiva introduzione del watt come unità di misura per la potenza meccanica, prenderà poi, il posto del cavallo vapore, ed il suo nome sarà scelto in ricordo dell’ingegnere scozzese.  

La scelta di definire, col termine Cavalli Vapore, l’unità di misura attraverso cui avere noto il valore della potenza erogata da un motore, fu operata da Watt, in quanto le macchine di nuova invenzione avevano come forza motrice appunto il “vapore”, e andavano a sostituirsi ai “cavalli” da tiro che erano stati utilizzati, fino ad allora, per il traino dei mezzi di trasporto (ad es. carrozze, diligenze ed omnibus), o in processi di lavorazione nei quali bisognava azionare, ad esempio, meccanismi costituiti da vari alberi ed ingranaggi calettati fra loro e di una certa mole, che la forza dell’uomo, molto limitata in termini di potenza muscolare (sforzo istantaneo e sforzo protratto nel tempo) non poteva mettere in movimento.   

Il Cavallo Vapore: definizione e potenza equivalente

«Si definisce Cavallo Vapore l’unità di misura della potenza meccanica erogata da un motore; il simbolo di esso è CV, ed il suo valore, in termini di energia prodotta, equivale a 735,5 Watt, ed a 75 Kgf × m/s, (valore DIN cioè stabilito e riconosciuto dall’ Istituto Tedesco di Standardizzazione che a sede a Berlino).  

Pur non essendo classificato come “grandezza fisica derivata”, dal Sistema Internazionale di Unità di Misura (S.I.), è stato utilizzato per molto tempo in Europa, negli Stati Uniti, in Russia, ecc…, e soltanto nel 1982 in Italia è stato sostituito dal watt, con il D.P.R. n. 802, quando il nostro Paese ha deciso di aderire al S.I. Oggi, maggiormente in Europa, viene ancora usato tradizionalmente, per indicare la potenza del motore in ambito automobilistico e non solo.

1 Cavallo Vapore è la potenza che occorre a sollevare di 1 metro, nel tempo di 1 secondo, il peso di 75 chilogrammi forza

                                                  1 CV = 75 Kgf × m/s

 

Il Cavallo Vapore Britannico  

Il Cavallo Vapore assume valori diversi in Gran Bretagna, ecco perché quello adottato in Europa viene definito appunto “cavallo vapore europeo”, e quello usato in Inghilterra “cavallo vapore britannico”.

Il Cavallo vapore britannico equivale a 745,7 Watt; è denominato “horsepower” e il simbolo che assume è la sigla stessa del nome, HP.  

                                             1 CV europeo  =  0,986 HP britannico

                                             1 HP britannico  =  1,014 CV europeo

 

I Cavalli Vapore che sviluppa un cavallo

Soltanto 200 anni dopo l’introduzione del Cavallo Vapore (CV) si è potuto appurare quanti cavalli vapore sviluppa mediamente un cavallo da tiro e uno da corsa. Secondo lo studio, condotto da R. D. Stevenson e R. J. Wasserzug, pubblicato in un articolo intitolato “Horsepower from a horse” sulla rivista Nature n. 364, del 15 luglio 1993, un cavallo da corsa può arrivare ad erogare una potenza istantanea, dunque per pochi secondi, di circa 15 Cavalli Vapore, (potenza, quest’ultima, di poco superiore a quella erogata dai normali scooter di 125 cc di cilindrata, attualmente in produzione, che sviluppano circa 12-13 cavalli vapore). 

Un cavallo da tiro sviluppa invece, una potenza media equivalente ad un cavallo vapore; potenza che riesce ad erogare, in maniera quasi costante, per un lavoro ininterrotto della durata di 10 ore. 

Possiamo dunque affermare che i calcoli effettuati da James Watt, alla fine del XVIII secolo, non si discostavano dalla realtà, e che quando guidiamo una automobile dotata di 200 cavalli vapore, è come se l’auto fosse trainata proprio da 200 cavalli da tiro. 

I Cavalli Vapore che sviluppa un uomo

Un uomo di 75 kg di peso, che cammina alla velocità costante di 5 km/ora, quindi a passo svelto, arriva a sviluppare una potenza media di 105 Watt che equivalgono a 0,14 Cavalli Vapore; la potenza massima che invece può arrivare a sprigionare per pochi secondi, è di 3,2 Cavalli Vapore, equivalenti a 2352 Watt, (potenza istantanea); gli atleti, quelli più veloci al Mondo, possono arrivare anche a sprigionare 6,3 Cavalli Vapore, ma sempre per pochi istanti. L’essere umano dunque sviluppa suppergiù, una potenza media 7 volte inferiore di quella prodotta da un cavallo da tiro. 

Fabio Bergamo

 

TAVOLA DELLE CONVERSIONI PER LA MISURA DELLA POTENZA MECCANICA

La tabella riporta le varie unità di misura della potenza, il loro simbolo e le conversioni tra esse.

Potenza – Lavoro/Tempo
Kilowatt kW 1 kW = 1,36 CV = 1,34 hp = 737,56 lbf·ft/s = 4’4253,7 lbf·ft/min = 859,84 kcal/h = 3’412,14 btu/h = 101,97 kgf·m/s
Cavallo Vapore (europeo) CV 1 CV = 0,735 kW = 0,986 hp = 75 kg·m/s = 542,47 lbf·ft/s = 632,41 kcal/h = 2’509,62 btu/h = 75 kgf·m/s
Kilogrammo forza per metri al secondo kgf ·m/s 1 kgf·m/s = 0,01 kW = 0,013 CV = 0,013 hp = 7,23 lbf·ft/s = 433,98 lbf·ft/min = 8,43 kcal/h = 33,46 btu/h
Kilocaloria all’ora kcal/h 1 kcal/h = 0,0012 kW = 0,0016 CV = 0,00156 hp = 0,8578 lbf·ft/s = 51,47 lbf·ft/min = 3,97 btu/h = 0,12 kgf·m/s
Horsepower(cavallo vapore britannico) HP 1 HP = 1,014 CV = 0,746 kW = 550 lbf·ft/s = 33000 lbf·ft/min = 641,19 kcal/h = 2’544,43 btu/h = 76,04 kgf·m/s
Foot pound force per second(libbra forza per piede al sec.) lb·ft/s 1 lbf·ft/s = 0,0013 kW = 0,0018 CV = 0,0018 hp = 60 lbf·ft/min = 1,166 kcal/h = 4,63 btu/h = 0,138 kgf·m/s
Foot pound force per minute(libbra forza per piede al min.) lb·ft/min 1 lbf·ft/min = 0,000023 kW = 0,0167 lbf·ft/s = 0,019 kcal/h = 0,077 btu/h = 0,0023 kgf·m/s
British termal unit per hour(BTU per ora) BTU/h 1 btu/h = 0,00029 kW = 0,216 lbf·ft/s = 12,97 lbf·ft/min = 0,25 kcal/h = 0,030 kgf·m/s

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse.

 

Monterosso: L’ Infinito nell’immediato, lo spazio nel tempo

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“Monterosso”

La Resurrezione del tempo e la giustizia cristiana nell’uomo

breve racconto speculativo di Fabio Bergamo

 

Il presente scritto è dedicato alla memoria dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 

 “L’infinito nell’immediato, lo spazio nel tempo” 

Col tramonto del sole le ombre delle case del paese si allungavano scurendo le viuzze che, come dolci insenature di scogliera, disegnavano la ragnatela conducente ai rifugi della sera. Poche deboli luci rompevano il buio come il pianto di un bimbo, in una notte calma e silente in una località, quella di cui vi parlo, che nello scenario naturale in cui era incastonata, offriva alla bellezza il suo più autentico senso estetico.

Il sindaco di Monterosso così chiamato perché a ridosso del paese vi era appunto un monte, chiamato Staglione, che nella stagione autunnale vedeva i suoi alberi dipingersi di un colore rosso acceso, facendo sì che la scoscesa parete assumesse nel complesso un colore unico, al punto da essere luogo caratteristico per i visitatori, come già per gli abitanti, era solito percorrere puntualmente, allo stesso orario, alle otto di mattina, e col medesimo percorso, da “via del tronco fiorito” a “via del fiume antico”, le sue caratteristiche stradine costituite anche di piccoli archi in pietra unenti le abitazioni, e da un selciato di pietre erose dal tempo e dall’uso, che lo portavano ogni giorno al Municipio per svolgere le funzioni di primo cittadino.

La vita del paese, composta poco più, di millecinquecento anime, riprendeva intorno a quell’ora: le prime botteghe cominciavano ad avviarsi nelle loro attività, i mastri attendevano con una certa impazienza i loro giovani apprendisti o fidati e ormai provetti lavoranti mentre preparavano i loro attrezzi, quasi per rito magico al fine di sacralizzare l’avviata nuova giornata lavorativa; le instancabili massaie mettevano in subbuglio le proprie case aprendo porte e finestre e cominciando ad esercitare il loro potere di padrone indiscusse delle loro stanze agitando tappeti e lenzuola, cuscini e quant’altro avesse a che fare con il ricambio dell’aria, dopo una notte stagnante e immobile al chiuso.

 

 

Essendo Monterosso un paesino di montagna a ridosso dell’appennino marchigiano, le attività che garantivano ad esso una discreta economia, potrei dire di tipo autarchico, erano quasi esclusivamente agricolo-artigianali, e ciò garantiva ai suoi abitanti la conservazione delle tradizioni più antiche che di generazione in generazione si erano trasmesse fino a noi, incredule testimoni di un tempo lontano e perlopiù bistrattato, non per esprimere biasimo, dalla gioventù moderna.

Un patrimonio di esperienze, di sacrifici e di amore infinito per la propria terra tornava a rivivere ogni giorno, allo spuntar del sole, come per miracolo, nella maniera in cui una persona quasi spacciata per una malattia o un male improvviso non facile a diagnosticarsi, tornasse a guardare con fiducia la vita, una volta superato il pericolo a cui era stata sfortunatamente soggetta: ecco, superata la notte, il giorno sembrava offrire le energie necessarie a ben sperare; la dolce primavera del cuore dunque riusciva a prevalere, in uno sforzo non certamente facile ma per questo più appassionante, sul freddo inverno della modernità.

Insomma, la saggezza dell’uomo vecchio si trasformava nella novità di ciò che veniva plasmato e realizzato appunto con perizia e discernimento di pensiero maturati nel corso dei secoli. La vecchiezza dei metodi antichi non era così un limite ma un valore da conservare strenuamente in quanto la modernità, priva appunto del tempo, che benigno l’antico recava nascostamente in esso, come la preziosa anima di un corpo, non era in grado di giudicare una realtà che non le appartenesse già semplicemente per principio, e proprio uno dei saggi del paese, un falegname dalla veneranda età, ben ottantanove anni di lucido intelletto, di cui non ricordo, io da giovane, il nome e col quale scambiai alcune parole quel bel primo giorno a Monterosso, era solito dire, ai turisti e a chi fosse lì di passaggio, a mo’ di esortazione, che la modernità del mondo d’oggi non poteva fare a meno dell’antico del passato per distinguersi da esso, perchè solo la diversità di entrambi avrebbe fatto in modo che reciprocamente tali realtà si valutassero per quelle che realmente sarebbero state per coloro che ne avessero appunto, in una maniera o in un’altra, usufruito almeno, a segno di speranza, consapevolmente.

 

 

La tradizione, alter ego del tempo, volendo io darle una semplice ma precisa definizione dunque, dopo aver appreso e rimuginando in quel momento le parole dell’amabile anziano, è la memoria calata nella realtà del presente, un presente sospinto dalla modernità verso il futuro ma che non può definirsi tale senza appunto un passato, un sostrato, una memoria che si suole definire anche “memoria storica” quando parliamo di eventi che hanno modificato e modificano in positivo e in meglio l’evoluzione della consapevolezza umana, la conoscenza profonda di sé di fronte alla sua condizione.

 

“Il Tempo è la memoria calata nella realtà del presente”

Fabio Bergamo

 

La modernità dunque non è futuro (tale concetto è, stando così le cose, praticamente aleatorio e tutt’altro che razionale) perché il futuro ha bisogno della memoria, ha bisogno del tempo, direi ancora in inglese di un “background spazio-temporale” e la modernità è priva di questa caratteristica perché in essa il tempo è morto, in quanto fugace, effimera appunto e come ho detto, aleatoria già come concetto.

Sì, il tempo è proprio morto, dissi tra me e me; esso è stato ucciso, ammazzato dall’arrivismo, dalla competizione portata al suo estremo, dalla fretta che regola le nostre attività quotidiane, nel lavoro come in tutte le altre azioni, e ciò si evince anche curiosamente dal nostro impreciso ed approssimato uso dell’orologio che non viene letto per l’orario corretto (puntuale è il caso di dire) che esso riporta, in quanto consultato in un determinato istante, mediante l’ora e le sue precise frazioni, ma considerato, inconsciamente, quasi come una classica clessidra a bulbi, misurante per confronto, il tempo rimanente, in funzione di quello già scaduto e dunque trascorso e ancor peggio, proprio a conferma di ciò che vado asserendo, per l’idea che si ha del tempo, nel mondo d’oggi, dalla periodicità, ripetitività di certi fatti incresciosi o peggio ancora tragici che appunto in un tempo da definirsi tale, perché segnato da una sua scansione non solo cronologica, ma storica, non dovrebbero più ripetersi; infatti la domanda “che ora è?” dovrebbe vedere capovolto il rapporto soggetto-predicato e trasformarsi in “che è ora?” ossia “che tempo è ora?” nella consapevolezza della realtà attuale, dell’essere del tempo perché le ore che scandiscono il tempo cronologico sono le stesse ogni giorno, ma la realtà del tempo, la sua essenza, cambia di continuo, in virtù delle informazioni che sono la base, la piattaforma della comunicazione portante allo sviluppo di una cultura (e di una società) che sappiamo il più delle volte, governata politicamente, tramite i mass media, quando non capace di apportare un cambiamento, in meglio, della realtà (status quo o anche stagnazione).

Là per là, strafacendo e allungando i miei passi nel saliscendi delle stradine del paese ricche di scalini di tanto in tanto numerati a ricordare quelli già superati e decorate nelle pareti esterne delle case da maioliche dipinte a rappresentare artisticamente l’ameno  paesaggio del luogo, mi chiedo provocatoriamente anche: ma allora a cosa serve essere in orario a scuola o sul luogo di lavoro o ancora servirsi dell’aereo per giungere prima e più lontano, se poi il tempo della memoria, la storia con le sue vicende, non ha la sua meritata ed efficace considerazione all’interno della modernità del presente?

 

 

Qual è dunque il nostro destino, quale la nostra meta finale se non sappiamo da dove proveniamo e come allora imbatterci in questo oscuro, incerto cammino? Dove stiamo andando se siamo in una realtà senza ritorno, senza memoria? Quando organizziamo un viaggio, una trasferta, o una vacanza forse, non stabiliamo a priori anche le modalità del ritorno e allora perché la memoria, il passato è stato annullato dalla modernità?

Queste domande mi accompagnarono durante il breve soggiorno a Monterosso, che durò appena due giorni, e ripromisi a me stesso di tornarci successivamente, appunto per meditare su questi profondi interrogativi che il luogo coi suoi unici personaggi, incastonati in un paesaggio pittoresco abbastanza, da invitare un bravo artista, oltre ad ammirare, a eternare su tela col suo talento espressivo, questi soggetti fatti di posti e di persone, mi aveva prospettato, e per trovare per essi delle risposte utili a saziare il mio spirito indagatore indirizzato sul sentiero della ricerca della verità come profonda comprensione dell’essere.

Ogni cosa, osservata con lo sguardo della riflessione consapevole, che intorno a me si presentava aveva un qualcosa di magicamente imperituro; sì, ciò che io vedevo aveva superato il tempo, lo aveva vinto dando per questo ad esso il valore suo proprio come nel caso di un olivo secolare – scelto a simbolo di Monterosso proprio per volontà del sindaco e presente in un angolo della piazza del paese e precisamente in uno spazio verde antistante la piccola scuola elementare intitolata a Don Ferrante Aporti grande pedagogista italiano della prima metà del XIX secolo – che superando il forte freddo dell’inverno e il gran caldo dell’estate resisteva ormai da diverse centinaia d’anni, alle intemperie della natura perché esso stesso era ed è la natura.

Osservando e contemplando quel maestoso albero di ulivo compresi dunque che il tempo nella sua scansione, nel suo inesorabile fluire confermava la sua, solo all’apparenza paradossale, immanente eternità.

Ogni istante nell’universo del tempo aveva un significato che andava oltre se stesso, superando il suo limite concettuale: l’attimo, la scansione del momento, era il microcosmo, la rappresentazione in miniatura, in scala ridotta, o per meglio dire il concentrato di tutto il tempo preso nella sua assolutezza, nella sua interezza, dunque l’immediato nella sua eternità che si identificava appunto in una sola parola che è “memoria”.

Conclusi che il momento fosse l’anima del tempo, il suo atomo, la sua infinitesima parte; un momento inserito però in esso e non fuori, perché ciò avrebbe portato ad un non senso della sua realtà che andavo esaminando, anche in considerazione – in forma di indizio, come nelle ricerche di un esperto ispettore di polizia – del nome della strada “fiume antico” che appunto riportava alla mia immaginazione, a mo’ di ossimoro, l’acqua nel suo inesorabile scorrimento su un fiume perenne, immutabile nella sua realtà naturale.

 

 

La stessa impressione facevano al mio pensiero – al pari dell’olivo pluricentenario soprannominato dagli abitanti di Monterosso “Matusalemme”, e ormai considerato monumento naturale del paese e che molti di essi abbracciavano affettuosamente come fosse un loro caro tornato da un lungo e periglioso viaggio – le abitazioni delle famiglie, semplici nella loro struttura ma caratteristiche a vedersi: in massima parte costituite da un pianterreno ed un primo piano, erano dotate di un caminetto nella sala principale, la quale fungeva da luogo di prima accoglienza degli ospiti, le camere da letto erano al piano superiore; nel rispetto della tradizione esse erano realizzate tutte in pietra con pareti molto larghe così da essere fresche d’estate e calde d’inverno oltre a garantire una buona stabilità della struttura nel suo complesso.

Il pavimento al pianterreno poi, era costituito da ciottoli in pietra di fiume, variopinti nei colori e diversi nelle dimensioni e costituivano un vero e proprio mosaico secondo la loro disposizione a forma di fiore, di foglia o altro elemento che rappresentasse la natura. Quello delle camere era invece, in legno, perché caldo e leggero e sottratto all’umidità del terreno e simile al parquet di oggi.

Il loro interno era uno scrigno di ricordi: ogni famiglia amava appendere alle pareti piccoli attrezzi da lavoro in base alle attività svolte dai propri avi: ciò che veramente mi sorprese fu questo, ossia la volontà di non dimenticare, la volontà appunto di rendere perpetuo ciò che meritava di essere valutato tale. Commuovendomi, mi convinsi ad un certo punto, che un attaccamento così forte alle origini era una caratteristica propria del Dna di questa popolazione tanto semplice e tanto generosa nell’accoglienza dei forestieri come pure nel modo di vivere nella reciprocità dei rapporti familiari o di sentita amicizia tra gli stessi paesani.

A parte le comuni feste di paese a Monterosso, infatti, vi era una particolare tradizione che per la prima domenica dell’inizio di ogni nuova stagione voleva che tutte le famiglie riunite in piazza, dopo la messa, si incontrassero per scambiarsi doni sia di pietanze cucinate al momento e ortaggi appena raccolti sia di oggetti realizzati dai capaci e provetti artigiani come attrezzi da lavoro o di uso domestico per le massaie, al fine di sopperire a qualche mancanza o insufficienza nei confronti di chi in quel momento era privo di tali cose; ma essendo una tradizione che faceva protagonisti anche i bambini nel simile scambio di doni, rispettivamente tra maschietti e femminucce, aveva più un valore simbolico in quanto mirante a tenere unita la comunità, in previsione di possibili avversità dovute anche a calamità naturali o accidenti climatici che avessero potuto malauguratamente colpire anche una singola famiglia, una sola casa, in cui l’impegno, l’intervento di tutti sarebbe stato fondamentale per il loro superamento.

Questa ricorrenza infatti, come avevo saputo da una signora che mi aveva ospitato nella sua casa, per vedere come l’ambiente delle abitazioni era organizzato, era stata istituita dal Comune per rispondere all’appello del medico di Monterosso che in occasione del terremoto, verificatosi nel 1959, aveva salvato con le sue mani, dalle macerie dell’unica sfortunata casa crollata, appunto a causa del sisma, un bimbo di sei anni, mentre a perdere la vita furono i genitori e la sorellina di dieci.

 

 

Quella esperienza, mi disse la signora, segnò emotivamente gli abitanti e turbò molto il medico pediatra Faustini, unico dottore all’epoca, del paesino, il quale giurò a se stesso che bisognava fare in modo, e con qualsiasi mezzo, che la brava gente di Monterosso, da quella sciagura, imparasse ad essere pronta a qualsiasi evenienza onde evitare che una sorte simile, toccata già ad una delle famiglie, si ripetesse arrecando ancora altro dolore tra la benevola popolazione; in pericolo dunque, per il bravo dottore al quale i piccoli, quando amoroso dopo averli visitati, li prendeva in braccio, amavano toccare incuriositi i baffi candidi come il bianco camice che indossava, non era solo la vita delle persone ma la stessa armonia che regnava nella piccola località di montagna nota nel mondo, per il suo monte che in autunno si colorava di un rosso vermiglio.

Unico monumento artistico del paese, a parte una targa a ricordo della famiglia tragicamente scomparsa a causa del sisma del ’59, era la scultura a mezzo busto dell’irredentista Cesare Battisti che sacrificò la sua giovane vita per la causa patriottica italiana nei confronti dell’impero austro-ungarico.

Il monumento era al centro del giardino – quest’ultimo collocato frontalmente al palazzo comunale e di forma rettangolare – infatti, dalle finestre dell’edificio era possibile scorgerlo tra gli alberi presenti nell’ampio spazio verde, dotato anche di vialetti arricchiti ai loro bordi di fiori variegati nelle colorazioni e nelle qualità, di panchine in legno all’ombra delle piante e di un avvallamento, un fossato di forma circolare scavato artificialmente nel terreno in cui confluiva l’acqua proveniente dalla sorgente del famoso monte del paese che offriva ai pesci ed alle rane la possibilità di sussistere e proliferare in esso: il tutto però raggiungeva il massimo, l’acme della bellezza nel periodo primaverile, in occasione del quale mi trovai in quei giorni, quando gli uccelli col loro differente ed intrecciato cinguettare danno all’ambiente la voce, il canto che ad esso manca e che occorre, in forma di musica sinfonica, a completare il quadro bucolico e nel contempo romantico del luogo.

In tale fantastico scenario dunque all’uomo non rimane che una sola cosa, che è poi sua specifica prerogativa, ossia la contemplazione: il bearsi liberamente di ciò che la natura gli ha donato, senza limiti di tempo, in quanto riproduzione spontanea in perpetuo di se stessa.

E proprio qui risiede l’affascinante mistero di essa: la sua eternità nel momento, nell’attimo della sua spontanea intuizione; e da questa felice consapevolezza andavo sempre più avvicinandomi così al segreto della vita celato proprio, anche stavolta in una solo apparente paradossalità, nella sua natura.

Il giorno seguente, ultimo del mio breve soggiorno, ebbi l’occasione di incontrare proprio il primo cittadino, che avevo avuto modo di vedere ritratto nella bacheca del fotografo del paese, in una foto scattata durante la processione che ogni anno si tiene il 4 di dicembre in onore della Patrona di Monterosso che è Santa Barbara, e naturalmente con lui scambiai piacevolmente due parole nel parco, prima che si dirigesse nella sede istituzionale per svolgere il suo compito amministrativo delegatogli mediante elezioni, due anni prima.

 

 

Ci fermammo a discutere, seduti ad una panchina per quasi un’ora e il luogo ameno, fatto di natura vivace e rigogliosa ispirava appunto ad esprimere pensieri e concetti utili a confermare ciò che già il filosofo greco Anassimandro aveva sostenuto oltre duemilacinquecento anni orsono con tanta lucida intelligenza, e cioè che la giustizia umana è, e non può che essere conforme all’ordine naturale; e proprio alle nostre spalle una tavoletta in legno, a forma di insegna rettangolare inchiodata ad altezza d’occhio ad un paletto, sempre ligneo, infisso al margine del sentiero, riportava scolpita una sua arguta, profonda elucubrazione giunta a noi dal passato, come in un viaggio nel tempo ma presente e viva oggi, ora, adesso per noi, quasi a motivo di severa esortazione ribadita come un’eco veniente da lontano proprio come la natura, che nel suo perpetuo ripetersi si rinnova, e che giustamente da indovinato scenario incorniciava in modo perfettamente appropriato il nostro interessante colloquio: «Principio degli esseri è l’infinito… da dove infatti gli esseri hanno origine, lì hanno anche la distruzione secondo necessità: poiché essi pagano l’uno all’altro la pena e l’espiazione dell’ingiustizia secondo l’ordine del tempo»  (Anassimandro, in Simplicio, De physica, 24, 13).

Il sindaco, confidandomi di non essere un filosofo, avendo più una cultura tecnica che umanistica, mi chiese di chiarirgli, svelargli il recondito o meglio ancora segreto contenuto della frase di Anassimandro e fui felice di fornirgli delle spiegazioni utilizzando, per facilitare la comprensione del significato sapienziale di essa, degli esempi e sapendo anche, che su quella celebre frase molti grandi filosofi avevano espresso delle interpretazioni non tutte naturalmente complete nella loro chiarificazione, fui costretto ad avviare il mio ragionamento su di essa partendo dalla mia seguente frase avente valore di massima, caratterizzata da un dualismo filosofico: “L’Infinito nell’immediato, lo spazio nel tempo”.

Insomma volli rappresentare mediante una proporzione di tipo matematico il rapporto esclusivo e necessario tra tali categorie per spiegare il mistero della sapienza della vita e dunque della sua giustizia nella più tangibile realtà, quest’ultima legata alla sua intima essenza.

Scaturendo dall’Apeiron (l’infinito) secondo Anassimandro, la separazione dei contrari da cui l’anelito all’armonia degli opposti nella natura fisica ed umana, affermai che per ben capire cosa volesse intendere il filosofo greco, bisognasse pensare agli opposti, calati in un tempo, in una realtà che li portasse prima ad attrarsi fino a toccarsi – ricordandomi in quel momento il paradosso che si celava nel nome della via del tronco fiorito  – quasi a collidere nel senso di apparire uguali, simili ai più, ossia ai meno sapienti, nella confusione della loro interpretazione e a respingersi, in un dopo contemporaneo al prima, e quindi essere distinti proprio dalla categoria del tempo, quest’ultimo però correlato alla visione dello spazio.

 

 

Ciò che separava l’armonia degli opposti ai fini della giustizia era dunque la chiara distinzione di essi sulla base di una diversa concezione del rapporto di interazione dello spazio col tempo da cui l’infinito nell’immediato; infatti non avrebbe alcun senso il tempo cronologico se prima non avessimo la corretta comprensione del tempo storico per il quale l’immediato appartiene alla memoria, dunque al ricordo e non al presente inteso, dalla massa e dal massificante, erroneamente come modernità.

Il tempo dunque cosa è invero? È la capacità dell’uomo di incidere sulla memoria, esso è così esistenza e non sussistenza della vita umana superante la condizione limitata sul piano fisico-materiale e temporale-economica di essa.

Sulla base del rapporto proporzionale delle due categorie esistenziali per il quale “l’infinito sta all’immediato come lo spazio al tempo” è chiaro che possiamo rendere particolarmente illuminante il rapporto di connessione-unione e distinzione-separazione ai fini della giustizia, tra le categorie degli opposti come per esempio “bene-male” dove nel caso del loro rapporto inquadrato nelle categorie esistenziali, il bene si fa gratuitamente, quindi risulta essere immediato perché privo di secondi fini e senza un destinatario definito, mentre il male no, perché messo in atto da chi usa la violenza per raggiungere uno scopo ben preciso o colpire un soggetto determinato; nel caso del dualismo “bello-brutto”, il bello che rappresenta la bellezza nell’infinito dell’immediato si trasforma in brutto nello spazio del tempo in quanto il destinatario di essa è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, utile a catturare il suo sentimento. Il bello calato nello spazio del tempo, ossia nel tempo cronologico, annoia perché ingannevole mentre la bellezza dell’infinito nell’immediato esalta e meraviglia; e su questo dualismo si confrontano e scontrano ad esempio, le categorie della moda fine a se stessa e della moda come arte in quanto tale, come nel caso del fashion-design per l’abbigliamento o del car-design altrimenti detto automotive-design per le automobili, le motociclette e i mezzi di trasporto in genere, ecc.; nel rapporto tra “vita e morte”, la vita che nel tempo cronologico sembra dunque morte, si trasforma in pura esistenza nel tempo storico dove l’individuo, pur essendo limitato dalla sua breve vita, sacrifica se stesso per un ideale, un credo che va oltre il sé personale come nel caso di Gesù di Nazareth; per la “virtù e il vizio” sappiamo che la virtù (facente capo alla libertà, alla spontaneità e purezza di spirito) come buona abitudine ad agire, e quando si agisce lo si fa nell’immediato, secondo il canone del buon dovere, proviene dall’educazione e la formazione trasmesse fin da bambini; il vizio (facente capo alla dipendenza) viene dalla sua mancanza a causa della quale una debolezza, una insensatezza, un misfatto ripetuti, reiterati nel tempo divengono appunto vizio, immaginiamo tutte le forme di dipendenza, ecc.; nel caso del rapporto tra “idea-idiozia”, per l’idea sappiamo che essa in quanto intuizione proviene da una memoria ricca di informazioni caratterizzante la persona studiosa, preparata culturalmente ed invece per l’idiozia abbiamo l’imbecillagine, l’ottusità di mente di una persona che non ha nulla in termini di conoscenze e che si suole definire stolta, e appunto tonta perché tardiva di mente in quanto per comprendere le cose, anche le più semplici o meglio le più immediate, impiega più tempo, appunto lo spazio nel tempo; nel caso del rapporto “forza-violenza” si capisce che la forza è immediata mentre la violenza è perpetrata nel tempo: immaginiamo per la forza le sommosse popolari e le rivoluzioni, l’intervento delle forze dell’ordine nelle emergenze di interesse pubblico e non di potere; ed invece per la categoria della violenza il crimine organizzato o la politica quando non gode della economicità, della tempestività e risolutività dei suoi interventi trasformandosi in potere conservato e potenziato nel tempo a detrimento dello stato di diritto, della legalità e dunque della vera democrazia, a quel punto infatti non c’è differenza tra sistema politico e delinquenza o crimine organizzato; cosa analoga nel rapporto “amore-odio” dove l’amore dell’infinito nell’immediato si trasforma in repulsione/odio nello spazio del tempo causando del male: immaginiamo, in questo caso, l’egoismo in tutti i suoi aspetti o la gelosia esasperata ed ossessiva nel sentimento di coppia; e a ciò va ricollegato il dualismo “perdono-condanna” in quanto essi sono forme di giustizia se rimanenti nell’infinito dell’immediato (la condanna  realizzata dalla entità statuale mediante l’ergastolo o la pena di morte) messe in opera nei confronti del colpevole autore del reato; conseguentemente, se così non fosse, saremmo di fronte ad un “perdono” che non porterebbe al cambiamento, ossia all’estinzione definitiva di un determinato atto criminale, sarebbe invece una “condanna” a danno di uno o più innocenti nel corso del tempo e non del colpevole, e ciò starebbe appunto ad evidenziare la sua realtà come inserita nella categoria dello spazio nel tempo e non in quella dell’infinito nell’immediato, e come tale non sarebbe più legittimo e razionale perché non assolverebbe alla sua funzione anzi finirebbe per  giustificare altra violenza; ciò altresì, spiega in modo inconfutabile, perché ogni crimine contro l’umanità (che è scandalo cioè impedimento, intralcio per la reale giustizia come insegna anche il Vangelo di Gesù Cristo) anche non mortale ma lesivo della dignità umana – e si pensi anche ad un altro diritto, ossia quello della “dignità ambientale” visto l’inscindibile rapporto uomo-natura – in quanto “assassinio della speranza”, vada condannato con una pena esemplare (ergastolo con isolamento totale portante in breve tempo alla morte del reo, e se a ciò si aggiunge che Dio nella infinita sua bontà è solo, allora tale sistema di giustizia è vero a fortiori) in quanto la giustizia immediata (ossia istantanea e/o definitiva), nel suo esercizio, è opera dei buoni, la condanna, nel tempo, (dunque cronologica e provvisoria) invece è opera dei cattivi.

 

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino

 

Così la giustizia divina di cui parlo, quella vera, non ha nulla a che vedere con quella meramente umana e burocraticamente regolata dai governi soltanto perché un sistema politico-economico deve essere tenuto in piedi, ed a conferma della mia tesi è l’esatto capovolgimento, mediante il rovesciamento delle categorie del dualismo esistenziale, di essa come nel caso degli uomini del calibro dei giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che, non protetti dalle istituzioni, vengono eliminati in maniera immediata, mentre i criminali, esecutori materiali del reato, sono puniti con i diversi tipi di carcerazione, nel tempo, previsti dal codice penale funzionale al sistema e non alla giustizia vera e propria che è fonte di felicità e salute, e che come ho ampiamente dimostrato nella mia argomentazione, è l’essenza della Vera Vita che trova ulteriore prova, a sua giusta conferma, nel Vangelo, per tutti, credenti e non, e al di là di ogni pseudo-schieramento politico che si finge paladino dei diritti umani e civili, quando invece la Giustizia su cui io sto dicendo la verità, non è di sinistra, come non è di centro e di destra.

Senza vera Giustizia, il Mondo è destinato a rimanere così com’è, all’interno di un falso ed illusorio progresso civile, in realtà solo e meramente tecnico, e dominato dai burocrati del potere stagnante, in quanto menomato nella sua Libertà perché basata su un criterio distorto e perverso della Giustizia.

 

 

Alla fine del mio ragionamento rivolgendomi al primo cittadino concludo: “Vede le ho spiegato come nessuno poteva fare meglio, cosa si cela dietro la famosa frase del filosofo Anassimandro che ci pone di fronte ad una realtà imprescindibile per l’essere umano, cioè quella per cui senza il tempo storico, senza la memoria, l’esistenza dell’uomo è spacciata; a nulla serve il denaro, il lavoro, lo studio, la politica, il progresso tecnologico se appunto viene meno la consapevolezza del tempo da cui scaturisce ciò che mantiene in vita l’essere umano cioè la Giustizia”.

E lui dopo un momento, una pausa di riflessione mi dice: “Sì non potevo mai immaginare che dietro quelle parole si nascondesse un così profondo significato formativo; nella mia vita ho letto molti libri ma nessuno, in poche parole, ha potuto riassumere veramente il significato più vero dell’esistenza umana che lei mi ha chiarito; non le nascondo infatti che ho cercato per anni la verità nei libri elaborati da illustri intellettuali, grandi poeti e famosi romanzieri, nonché da noti politici a questo punto solo da considerarsi sedicenti tali, ma è bastata una frase a spiegare tutto sulla vita e sulla visione che i giovani, come i miei figli, devono avere di essa per affrancarsi una volta per tutte, da un mondo che mortifica e uccide la loro esistenza, e di questo le sono infinitamente grato; adesso, mio malgrado, devo lasciarla, per assolvere il mio ufficio, ma spero di incontrarla nuovamente, mi auguro che si tratterrà qui, ancora qualche giorno perché so di avere incontrato, oggi, una persona amica”.

Ed io: “In verità oggi vado via, il mio viaggio prosegue e come penso abbia compreso dalle mie parole, il mio agire è personale perchè indirizzato appunto verso il ristabilimento della giustizia nel mondo proprio come nel concetto filosofico, da me elaborato, dell’Unisione dove l’uno è nel tutto, ma le prometto che presto tornerò, Monterosso è un luogo adatto alla contemplazione, al rapporto simbiotico dell’uomo con la natura e dobbiamo ringraziare proprio essa, che pur non avendo un’anima intellettuale, perchè in dote esclusiva all’uomo, ha permesso a noi proprio nella sua semplicità di comprendere ciò che il filosofo Anassimandro aveva afferrato di se stesso, in quanto essere vivente dalla natura molto più complessa, appunto osservandola con gli occhi dell’anima e non banalmente con il solo semplice senso fisico della vista, e nel cortese commiato le faccio un dono in veste di formula concettuale da me coscienziosamente elaborata proprio sul valore, la comprensione del significato del tempo per l’essere umano, e sulla quale potrà esprimere le sue legittime considerazioni in virtù anche del suo ruolo politico tenuto a Monterosso: “il futuro è l’avvenire dell’immediato è il presente trasformato nel domani dell’oggi”..

 

 

 

Fabio Bergamo

 

” NO WISDOM, NO PARTY “

 

Alcuni apprezzamenti:

Bello scritto, un saggio filosofico in gran parte condivisibile. Bravo Fabio. (Da Silvia)

 

Grande. Bravo Fabio (Da Antonio Simonetti)

 

Caro Fabio, chi riesce ad appassionare i lettori è un grande scrittore ed io che nei pochi ritagli di tempo leggo qualcosa, posso dire che sei veramente bravo.  (Francesco Carillo)

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

 

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Sono in tanti a lavorare….ma proprio tanti!

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Sono in tanti a lavorare…. ma proprio tanti !

Ma vediamo in che modo ed a quale scopo nella risoluzione dei problemi

 

Volti anonimi privi di espressione: il loro lavoro privo di senso e finalità concreta.

 

“Come sei così lavori; come lavori così ami”

(Fabio Bergamo)

 

L’ INCAPACE: il lavoro da lui svolto non sortisce alcun effetto o risultato concreto nel soddisfacimento dei bisogni o nella risoluzione del problemi sofferti dai destinatari della sua opera; in alcuni casi arreca un danno maggiore o ulteriore al cliente (utente/assistito/consumatore/elettore, ecc.).  (Risulta essere una persona disonesta).

 

IL CIARLATANO: è colui che, da impostore, si finge capace e professionalmente preparato rivelandosi, a posteriori, un autentico inetto. Il destinatario della sua attività, nella migliore delle ipotesi, finisce per essere raggirato restando vittima di una autentica truffa, ecc.  (Risulta essere un incapace, e come persona disonesta, un millantatore).

 

IL PARASSITA: la sua attività lavorativa non mira a risolvere il problema ma ad approfittare della situazione che lo stesso genera a suo vantaggio, procrastinando nel tempo gli interventi che pongono ad esso un rimedio certo e duraturo. Il parassita, può identificarsi anche con l’incapace o il ciarlatano.   (Risulta essere un corrotto e/o un abietto speculatore).

 

IL DILETTANTE:  le sue limitate conoscenze unite al suo scarso impegno nel progredire nel settore in cui opera, lo rendono meno abile del professionista; svolge la sua attività senza ambire a migliorare le sue capacità professionali ed il suo benessere economico. (E’ un lavoratore onesto ma poco affidabile; a lui si rivolge chi si accontenta di un lavoro fatto alla buona, dal costo più accessibile ma scadente nella qualità).

 

IL MERCENARIO: è capace nel suo campo ma svolge la sua opera solamente perché da essa ne trae un vantaggio economico; non ha alcun attaccamento o passione verso l’attività da lui svolta, essa è solamente una mera fonte di arricchimento, e per questa ragione offre il suo lavoro a chi lo paga meglio.  (Risulta essere uno speculatore in quanto serve meglio chi è disposto a pagare di più; si vende al denaro più che vendere la sua opera a coloro che a lui si rivolgono; è dunque un “opportunista” e per tale ragione non conviene affidare la propria sorte ad un soggetto del genere).

 

IL PROFESSIONISTA: è esperto nel suo campo; per le sue indubbie capacità incamera lauti guadagni. La sua attività è per lui un lavoro che gli consente di vivere soddisfacendo non solo i suoi bisogni primari ma anche i suoi desideri.   (è chiaramente ambizioso; è onesto perché preparato, rimediando ai problemi causati dagli incapaci, i ciarlatani ed i parassiti; nello svolgere la sua attività si contrappone al mercenario che ambisce smodatamente all’arricchimento attraverso il suo lavoro; finisce per identificarsi come parassita se commettendo degli errori non rimedia ai danni causati dalla cattiva riuscita del suo operato, assumendosi le responsabilità del caso). Il professionista si definisce specialista quando si occupa di un settore o una materia specifica all’interno della professione da lui svolta. Professionista può essere sia un artigiano che una persona titolata; viene considerato tale colui che svolge la propria attività con capacità adeguata, comprovata esperienza e indubbia moralità (etica professionale).

 

 

IL PERFEZIONISTA: definito anche “Miglioratore” incarna l’eccellenza assoluta nel suo campo, vede il suo lavoro come una “missione” attraverso la quale stabilire standard lavorativi e dunque sociali, sempre più elevati, allo scopo di risolvere i problemi alla loro radice, prima che diano i loro deleteri effetti a cui porre successivamente rimedio, attraverso l’opera del lavoratore professionista. Il denaro non è il suo obiettivo principale, per lui esso è solo una forma di riconoscimento per i suoi “meriti”; svolge la sua attività in proprio oppure circondandosi di collaboratori altamente qualificati e fidati che hanno il suo stesso intento; è concentrato soltanto sulle sue idee e sul raggiungimento dei suoi obiettivi; il suo impegno lavorativo è libero da limiti temporali contrariamente a coloro che offrono la loro attività dietro pagamento e per un tempo limitato e prestabilito. (Intellettualmente è un idealista e da un punto di vista etico può definirsi l’unico lavoratore moralmente motivato, perché indotto dal suo atteggiamento benevolo ed equanime – nei confronti del Prossimo e della Vita – a risolvere i problemi prima che essi provochino conseguenze alle quali poi porre rimedio con chiari costi – economici, di giustizia, di diritti, di salute, ecc. – per coloro che ne sono soggetti). I Perfezionisti, unici a conservare la “purezza di spirito” della loro personalità, nello svolgimento del loro lavoro, sono definiti da me anche “Temerari del pensiero” (temerari e allo stesso tempo soltanto essi uomini consapevoli) e si identificano con i creativi, gli anticipatori, i precursori, i rivoluzionari, i visionari, gli ideatori, gli innovatori, gli illuminati, gli inventori, gli scienziati, gli intellettuali come scrittori, poeti e filosofi..

 

 

 

                                                                                                                                                                                   

Fabio Bergamo

 

 

Tra i sostenitori compaiono

 

 

Safety for Bikers

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“SAFETY FOR BIKERS”

 

 

A pochi mesi dalla sua creazione il sito di Fabio Bergamo dedicato alla bellezza, diventa la piattaforma del progetto “Safety for Bikers” voluto dall’Autore e condiviso con l’Associazione “Motorlab – Idee in Movimento”.

 

Ma cos’è Iosonobellezza?

“Iosonobellezza” è un viaggio alla scoperta del Bello (del perché della sua esistenza) il cui senso giunge all’osservatore attraverso il variegato mondo della natura e le multiformi opere creative dell’uomo: solo attraverso la bellezza l’uomo giunge alla consapevolezza di sé dando autentico significato alla sua esistenza.

 

L’associazione Motorlab è impegnata nello sviluppo della sicurezza stradale dei bikers con l’installazione dei dispositivi DSM guard rail salvamotociclisti

 

Per questa ragione Fabio Bergamo, impegnato da molti anni sul fronte della sicurezza stradale, con vari scritti e proposte – utili ai bikers, agli automobilisti ed agli utenti deboli – giunte alla Camera dei Deputati, ha deciso di lanciare sulla piattaforma del sito iosonobellezza.it, il progetto “Safety for Bikers” condiviso con Motorlab. Sul sito che ha ricevuto precedentemente il Patrocinio del Comune di Ravello, trovate articoli e scritti su moto, auto, sicurezza stradale, arte, natura, archeologia, ecc; per i suoi contenuti, esso è accessibile a tutti: studenti e lettori di qualsiasi età.

 

 

Per partecipare al progetto “Safety for Bikers” basta aderire al sito che prevede una quota di iscrizione di soli 7,00 €uro + 3,00 €uro destinati alla sicurezza dei Bikers.

18 Giugno 2021

 

Altre foto

 

Un DSM che protegge i motociclisti in caso di caduta

 

 

Fabio Bergamo

 

Tra i sostenitori si segnalano

 

 

 

 

 

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Car Wrapping: scopriamo cos’è

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Car Wrapping: scopriamo cos’è.

 

Da alcuni anni nel panorama del tuning delle auto sono comparse delle pellicole autoadesive che consentono di cambiare colore alla carrozzeria del proprio veicolo (auto, moto, furgoni, ecc.) senza ricorrere al processo di verniciatura che richiede costi molto maggiori per via dei materiali ed i tempi più lunghi di intervento e manodopera.

Tali pellicole che prendono il nome di WRAP (dall’inglese “to wrap” che significa “auto avvolta”, “auto rivestita”) non hanno solamente un effetto estetico ma anche uno scopo pratico: esse proteggono la carrozzeria (portiere, fiancate, paraurti, cofano, tetto, ecc.) dagli agenti atmosferici, dai moscerini e gli insetti, come dai graffi superficiali, i lievi urti dovuti all’apertura delle portiere nei parcheggi e l’usura stessa della vernice col passare del tempo (scolorimento della vernice, spellatura del trasparente, ecc.).

Hanno uno spessore di circa 100 micron: possono essere posate su tutta la carrozzeria o solo su alcune parti di essa; per la loro malleabilità riescono a coprire piccoli graffi e lievi abrasioni presenti sulla carrozzeria.

La procedura di rivestimento richiede solo alcune ore di lavoro da parte di personale esperto ed un periodo di fissaggio di due giorni definito di “stand-by” affinché aderiscano completamente alla superficie con il duplice risultato di una durabilità e una stabilità costante negli anni (le pellicole di alta qualità sono garantite 5 anni).

Possono essere rimosse in qualsiasi momento, restituendo alla carrozzeria il colore originale senza alcun danno o difetto residuale e non possono essere installate sulle automobili che sono state riverniciate meno di 6 mesi prima della sua applicazione.

 

La posa della pellicola richiede molta abilità e pazienza

affinché aderisca perfettamente alla carrozzeria

 

In caso di sinistro va sostituita solo la pellicola della parte di carrozzeria danneggiata (in alcuni casi, in zone meno esposte della carrozzeria, si può intervenire con un ritaglio della pellicola, ma il risultato finale dipenderà molto dall’abilità dell’installatore).

In lingua italiana per la procedura di posa delle pellicole wrap si usa il verbo “pellicolare” mentre si utilizza “spellicolare” quando le si vuole togliere.

Tali pellicole non richiedono accortezze particolari, ma se si vuole che resistano maggiormente nel tempo consigliamo che il lavaggio della carrozzeria sia effettuato a mano con spugne molto morbide e con acqua fredda o tiepida, evitando sia la pistola con getto d’acqua a pressione, che le spazzole del lavaggio automatico ed i detergenti abrasivi e molto aggressivi e non applicando cere sulle pellicole di tipo opaco.

Tenendo l’auto al coperto, al riparo dal sole e dalle intemperie, nel proprio box quando non la si usa o quando la si parcheggia, si garantisce alla pellicola una maggiore durata nel tempo che può arrivare a 7 o anche 8 anni.

Sulle parti dell’auto, come ad esempio i paraurti che su alcuni modelli meno recenti, sono di plastica ruvida è necessario, prima di poter installare la pellicola, intervenire con uno strato di base costituito da una pellicola con colla rinforzata, affinché l’adesione di quella definitiva sia perfetta, così da non mostrare bolle o difetti di posa.

 

Una Ducati 1200 con WRAP stile mimetico (camouflage)

 

Dal 2005 non è più obbligatorio tenere il colore della carrozzeria riportato sul libretto di circolazione, dunque è lecito verniciare la vettura di un qualsiasi altro colore o wrapparla con una pellicola senza modificare la dicitura sul libretto.

Teniamo a ricordare che nel nostro Paese è vietato installare le pellicole sui dispositivi luminosi in quanto alterano e riducono la loro efficacia; sul parabrezza ed i finestrini anteriori perché limitano la visibilità, e sulle targhe rendendo poco leggibili i numeri e le lettere (le sanzioni pecuniarie sono molto pesanti come stabilito dall’art. 78 del CdS ed è previsto anche il ritiro della carta di circolazione).

I sensori di parcheggio anche se coperti dalla pellicola wrap non sono soggetti a malfunzionamenti.

 

Porsche Panamera con pellicola WRAP stile camouflage

 

 

Esistono vari tipi di pellicole WRAP

Le pellicole WRAP possono donare alla carrozzeria molteplici tipi di effetti. Possiamo citare:

Le pellicole con effetto carbonio, disponibili in vari colori;

Le pellicole dall’effetto opaco e lucido;

Le pellicole cromate color argento o color oro o spazzolate che donano un effetto di nudo metallo alla carrozzeria;

Le pellicole dall’effetto mimetico (note come camouflage cioè camuffamento) e dall’effetto legno;

Le pellicole iridescenti, olografiche e perlate che a seconda della luce danno alla carrozzeria varie sfumature di colore;

Le pellicole effetto pelle che fanno apparire la carrozzeria simile alla pelle degli interni;

Le pellicole StickersBomb che ricche di colori e disegni fanno sì che la carrozzeria sia simile ad un murales.

Se non si vuole un diverso colore alla carrozzeria ma si desidera solo proteggere le sue superfici, sono disponibili le pellicole wrap trasparenti in uretano capaci di preservare la carrozzeria da schegge, graffi, insetti, danni alla vernice derivanti da agenti atmosferici, ecc.

 

Mercedes Classe E Cabriolet con pellicola WRAP StickersBomb

 

I costi delle pellicole WRAP

Le pellicole WRAP vengono installate presso le autocarrozzerie che hanno scelto di offrire questo tipo di servizio o presso installatori specializzati in tuning di auto e moto.

Il costo che comprende l’acquisto della pellicola e la manodopera oscilla tra i 1.000 e i 5.000 euro in base alle dimensioni della vettura e la pellicola che si sceglie di posare.

Il costo si riduce se si desidera ricoprire solo una porzione dell’auto (in genere si rimane sotto i 1.000 euro).

Si può decidere di fare installare la pellicola smontando le varie parti della carrozzeria oppure di farla montare direttamente. Nel primo caso il costo sarà maggiore, visto l’allungamento dei tempi di lavoro.

 

 

Alcune foto

 

Jeep Wrangler camouflage

 

 

Porsche 911 Wrap nero opaco

 

 

Mercedes S-63 Coupé AMG Wrap Chrome

 

Fabio Bergamo

 

 

Tra i sostenitori si segnalano

 

 

 

 

 

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Rialto: il Ponte di Venezia

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Rialto: Il Ponte di Venezia

Rialto è il primo ponte realizzato per unire le due sponde del Canal Grande a Venezia.

Nella sua prima versione, datata 1172, il ponte era di tipo galleggiante: esso era costituito di barche affiancate l’una all’altra, prendendo il nome di “Quartarolo” che era la moneta con cui ogni persona pagava il prezzo per attraversarlo (tale moneta era molto piccola, misurava 16-17 mm di diametro, pesava tra i 0,60 e i 0,78 grammi e valeva un quarto di denaro).

 

 

Il Ponte di Rialto oggi

 

Ma nello stesso anno, la calca di persone che transitava su di esso, dopo aver assistito alla Messa della Vigilia di Natale presso la Basilica Marciana, causò il ribaltamento di una delle barche: caddero in acqua ben trenta persone in maggioranza donne che persero la vita per annegamento.

Nel 1180, a seguito della tragedia, il Doge Orio Mastropietro decise di far costruire il ponte con una struttura in legno: la seconda versione di Rialto fu chiamata “Ponte della Moneta” perché sulla sponda orientale, oltre al Mercato, era presente la Zecca di Venezia. A costruirlo fu l’architetto di origine lombarda Nicolò Barattiero.

Nel 1310 i congiurati della rivolta di Bajamonte Tiepolo (i cui mandanti erano le famiglie Tiepolo, Querini e Badoer) che tentarono un colpo di Stato per impossessarsi della città, sconfitti, ne distrussero una parte per evitare di essere inseguiti e catturati durante la fuga.

Il ponte fu subito restaurato e reso transitabile, ma nel 1444, crollò sotto il peso della folla accorsa al passaggio delle barche del corteo nuziale del Marchese di Ferrara.

Fu ricostruito sempre in legno, nel 1450, più largo e con una porzione mobile al centro per consentire il passaggio delle imbarcazioni più grandi, ma rimase ancora distrutto nel 1514 da un vasto incendio: il ponte della moneta arse per ben 6 ore e fu chiuso perché ormai inagibile.

Dieci anni dopo, cioè nel 1524, crollò nuovamente ma solo parzialmente.

Per la sua importanza commerciale, all’interno della città, visto che era la via di collegamento col Mercato di Rivoalto, prese il nome di Ponte di Rivoalto e che in epoca moderna è mutato in Rialto.

Il nome Rialto deriva dal latino “rivus praealtus” poi “rivus altus”, che significa “canale profondo”, in riferimento al Canal Grande del quale le isole di Rialto costituiscono le sponde.

 

Nella foto il ponte di Rialto con struttura in legno (fine XV secolo)

Dal dipinto “Il Miracolo della Reliquia della Croce a Rialto” di Vittore Carpaccio (1496)

 

Come si vede nel dipinto del Carpaccio, il ponte in legno aveva due rampe inclinate, che si congiungevano tra loro con le rispettive estremità mobili, affinché, sollevandosi, consentissero il passaggio delle imbarcazioni più grandi dotate di alberatura.

Successivamente lungo i suoi lati fissi e discendenti vennero realizzati degli ambienti chiusi destinati a botteghe ed esercizi commerciali: la pigione pagata dai locatari alla Tesoreria di Stato, garantiva degli introiti destinati alla manutenzione della struttura.

 

Il ponte di Rivoalto in legno con al centro le parti mobili

Disegno tratto dalla Mappa Panoramica di Jacopo de Barbari (1500)

 

 

Il ponte in pietra: la versione definitiva di Rialto

 

Il ponte in legno non poteva durare per sempre, dunque, a partire dai primi anni del XVI secolo (1500) si iniziò a pensare di costruire il ponte in pietra.

La sua progettazione e la sua costruzione furono rinviate parecchi anni dopo, per via degli accadimenti che interessarono Venezia in quegli anni, come la peste, gli incendi e alcune battaglie che coinvolsero la città.

La costruzione del Ponte di Rialto – nella sua versione definitiva, cioè quella che abbiamo oggi, venne a costare una cifra altissima ossia ben 250.000 ducati dell’epoca – fu dunque avviata nel 1588 e fu ultimata nel 1592; Rialto restò l’unica opera architettonica ad unire le due sponde del Canal Grande fino al 1854, anno in cui fu realizzato il Ponte dell’Accademia.

Nella costruzione, le fondamenta furono realizzate utilizzando 12.000 pali di legno di olmo infissi nel caranto (cioè il paleosuolo solido e resistente immerso in profondità nella laguna e risalente al pleistocene) e dei tavoloni di larice (poggiati orizzontalmente sui pali) sui quali è ancorata la struttura portante del ponte.

Il ponte da una estremità all’altra è lungo 48 metri; esso è ad arcata unica – larga 22 metri, con una luce di 28 metri ed una altezza massima di 7.5 metri dal livello del mare – e regge oltre alla struttura sovrastante i 24 ambienti che ospitano gli esercizi commerciali: 12 per ogni rampa suddivisi in 6 per lato. Le salite che sono tre, una centrale (larga 10 metri circa) e due laterali (ognuna larga tre metri circa) sono costituite da gradini.

Al centro, il ponte presenta due grandi arcate (con arco a tutto sesto con lesene ai lati e timpano triangolare con mascherone in chiave) che si collegano alle strutture delle botteghe aventi arco a botte.

L’archivolto sud è caratterizzato da tre decorazioni scultoree che rappresentano l’Arcangelo Gabriele e la Vergine Maria mentre riceve il messaggio divino da parte di Gabriele: il messaggio è simboleggiato dalla Colomba collocata al centro dell’arcata che vola verso Maria. Le tre sculture sono opera dell’artista Agostino Rubini: l’Annunciazione simboleggiata sul Ponte ricorda anche la data di fondazione di Venezia (25 marzo 421 d.C.) riportata in una targa scolpita in pietra, posta più in basso.

 

Il lato sud del Ponte di Rialto visto dal basso

 

L’Arcangelo Gabriele

 

 

La Vergine Maria

 

 

 

La Colomba che simboleggia il messaggio che Gabriele porta a Maria col quale le si annuncia che è la prescelta come madre del Figlio di Dio

 

L’archivolto nord presenta invece le immagini scultoree di San Marco (che è l’odierno protettore della città) e San Teodoro (precedente protettore di Venezia) realizzate dallo scultore Tiziano Aspetti.

 

San Teodoro

 

 

San Marco

 

Le pietre bianche (Pietra d’Istria) utilizzate per la costruzione del ponte provenivano dallo Zairo, il teatro di epoca romana di Padova, datato I secolo d.C.; il Vescovo della città nell’XI secolo pagò i suoi debiti con Venezia cedendo parte delle pietre di questo monumento e che più tardi furono usate appunto per erigere Rialto.

Le scalinate laterali che si affacciano sul Canal Grande presentano una balaustra in pietra con colonnine.

La scalinata laterale con la balaustra in pietra

 

 

La scelta del Ponte ad unica arcata

La Repubblica di Venezia non affidò l’incarico ad un architetto, ma bandì un concorso per scegliere il progetto più adatto a rappresentare da un punto di vista estetico, la città, attraverso il ponte che si andava a realizzare. Furono presentati ben 24 progetti.

Tra i diversi presentati non furono presi in considerazione anche quelli di artisti e architetti celebri del tempo come Michelangelo Buonarroti, Jacopo Sansovino e Andrea Palladio che avevano proposto un ponte classico realizzato a tre o più campate. Furono scartati anche i progetti di altri architetti come Jacopo Barozzi da Vignola e Vincenzo Scamozzi.

La scelta cadde sul ponte ad una sola arcata progettato da Antonio da Ponte, noto architetto veneziano, già autore di diversi restauri fatti a Venezia come quello effettuato per il Palazzo Ducale, devastato dall’incendio del 1577.

Il ponte ad una arcata era più adatto all’architettura di Venezia e Antonio da Ponte seppe più di altri rispondere a tale esigenza estetica oltre che pratica.

L’architetto Scamozzi sul progetto di Antonio da Ponte fu molto critico; egli affermò che il ponte ad unica arcata, da lui concepito, avrebbe avuto vita breve: infatti, secondo la sua opinione, il ponte sarebbe imploso in quanto le sponde a cui esso era vincolato avrebbero ceduto sotto la pressione del suo peso.

Nel 1587 furono smantellati gli ultimi resti del ponte in legno (Ponte della Moneta) e i lavori della struttura in pietra partirono nel 1588 sotto il dogato di Pasquale Cicogna per giungere ad ultimazione nel 1592.

A ritardare la costruzione del Ponte furono alcuni gravi eventi, come già anticipato, tra i quali citiamo: la Battaglia di Lepanto del 1571 che indebolì fortemente le casse della Repubblica di Venezia, la peste del 1576, l’incendio di Palazzo Ducale nel 1577.

Altri motivi del rinvio della realizzazione del ponte furono: il costo per la costruzione molto oneroso per la città di Venezia; il conflitto che venne a crearsi con i locatari delle botteghe sul ponte in legno che perdevano i loro profitti durante la costruzione del ponte o lo stesso rischio di perdere lo spazio da loro occupato quando il ponte in pietra sarebbe stato ultimato.

Dalla seconda metà del XVII secolo in poi il ponte è stato sottoposto a diverse ristrutturazioni.

Elenchiamo le principali: nel 1677 il pavimento in cotto fu sostituito da uno in trachite, nel 1740 furono restaurate le scalinate e la balaustra; nel 1769, un incendio causò la distruzione di alcune botteghe, la loro riparazione comportò la modifica del numero dei gradini delle scale laterali; nel 1823 vi fu la ricostruzione delle quattro gradinate laterali presenti alla base del ponte; tra il 1845 e il 1853 fu aggiunta la scalinata centrale, il piano di calpestio fu ancora restaurato tra il 1920 e il 1922; le botteghe vennero restaurate nel 1952; un restauro generale del ponte avvenne ancora tra il 1973 e il 1976 e nel 1982 si intervenne sulla pavimentazione.

Il Ponte di Rialto è stato recentemente restaurato grazie al contributo del gruppo OTB posseduto dall’imprenditore Renzo Rosso – a cui fanno capo i marchi della moda come Diesel, Maison Margiela, Marni, Viktor&Rolf. L’imprenditore ha vinto la gara di aggiudicazione nel 2012 portando a termine il restauro prima del termine stabilito (2017), con un costo inferiore di 5 Milioni di euro rispetto a quello inizialmente preventivato.

Il ponte di Rialto oggi risulta con fondazioni e struttura in buon stato, alcune criticità che riguardavano la balaustra e le pareti delle botteghe sono state eliminate.

 

  Capriccio con edifici palladiani (Canaletto – XVIII secolo)

Dipinto del Canaletto raffigurante il Ponte di Rialto in base al progetto di Andrea Palladio

 

 

Alcune foto

Il Ponte di Rialto (lato sud) con i turisti affacciati alla balaustra

 

 

La singola arcata che dona eleganza al ponte nel suo complesso.

 

 

Una delle due scalinate laterali che costeggiano le botteghe

 

 

 

Il Ponte di Rialto dipinto dal famoso artista Giorgio De Chirico alla fine degli anni ‘50

 

 

La scalinata centrale del Ponte di Rialto

 

 

La scalinata laterale (lato sud)

 

 

Il Ponte di Rialto visto dall’alto con le botteghe con volta a botte

 

 

 

  Il grande progetto di Andrea Palladio

 

 

Fabio Bergamo

 

 

Tra i sostenitori si segnalano

 

 

 

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Storia della Festa della Mamma

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La Festa della Mamma

 

La festa della mamma è una delle ricorrenze più diffuse al Mondo.

Gli studiosi fanno risalire la nascita di tale festa in pieno paganesimo, presso le popolazioni greche e romane, prima dell’avvento della religione cristiana. Questi popoli celebravano le divinità femminili e la fertilità delle donne nella stagione primaverile che appunto dava inizio al rinnovamento della natura e della produttività della terra.

In particolare, nell’antica Grecia la festa della mamma corrispondeva alla celebrazione in onore della Dea Rea (figlia di Urano e di Gea), madre di tutti gli Dei. La festa dedicata a Rea aveva la durata di un giorno e aveva cadenza annuale.

Gli antichi romani destinavano alla Dea Cibele, Madre degli Dei, protettrice della natura e di tutte le mamme, sette giorni di festa ogni anno.

 

Statua della Grande Madre, la Dea Cibele

Nella mitologia greca fu identificata con Rea, Madre gli Dei

 

Durante il Medio Evo, nessuna particolare celebrazione è dedicata alla mamma.

In epoca moderna la festa della mamma appare in Inghilterra nel XVII secolo (1600). La festività è denominata “Mothering Sunday” e si ripete, ogni anno, la quarta domenica di Quaresima; tutti i bambini che per vari motivi sono lontani dalla mamma e la famiglia, in questo giorno possono tornare a casa.

Successivamente la festa della mamma si trasforma in una ricorrenza della durata di più giorni che si ripete ogni anno verso la metà del periodo di Quaresima e i bambini che tornano alle loro case donano alle mamme fiori ed altri regali.

Oggi, nel Regno Unito, la festa della mamma è chiamata “Mother’s Day” e si celebra tra il 1 marzo e il 4 aprile di ogni anno.

 

 

La Festa della Mamma viene istituita, per la prima volta, negli Stati Uniti d’America nel 1914.

Negli Stati Uniti la festa della mamma si diffuse inizialmente come festività correlata ai movimenti contro la guerra e a favore dell’abolizione della schiavitù. Nel 1870 fu Julia Ward Howe, pacifista e abolizionista, a proporre l’istituzione del Mother’s Day for Peace: la festa dunque non era dedicata esclusivamente alla mamma ma era legata appunto al pacifismo, ai diritti della gente di colore e al suffragio delle donne. Ma tale iniziativa non ebbe seguito.

La festa dedicata esclusivamente alla mamma fu celebrata per la prima volta nella città di Grafton nello Stato del Massachusetts, nel maggio del 1908, l’anno seguente fu festeggiata a Filadelfia.

A promuovere la sua introduzione fu Anna Jarvis dopo la morte della mamma: la festa si diffuse anche in altre città degli Stati Uniti e Anna scrisse ai ministri e ai membri del Congresso degli USA, chiedendo la istituzione della festa nazionale dedicata a tutte le mamme.

Come simbolo della festa della mamma, Anna scelse un garofano bianco, il fiore che piaceva tanto a sua madre.

Così nel 1914 il Presidente degli Stati Uniti d’America, Woodrow Wilson, istituì, attraverso una delibera del Congresso, il “Mother’s Day”.

Non fu prevista un data fissa nel calendario, ma la ricorrenza si sarebbe celebrata ogni anno, nella seconda domenica di maggio. Prendendo esempio dagli Stati Uniti d’America, la festa della mamma, dalla sua istituzione ad oggi, è divenuta una ricorrenza per quasi tutti gli Stati del Mondo.

 

Il Garofano bianco è il fiore-simbolo dedicato alla Festa della Mamma

 

In Italia la Mamma si festeggia per la prima volta nel 1956

A partire dal 1933, sotto il Ventennio Fascista, si iniziò a celebrare la Giornata Nazionale della Madre e del Fanciullo. Tale ricorrenza, celebrata il 24 dicembre di ogni anno, era connessa al premio destinato alle mamme più prolifiche nel quadro della politica messa in atto da Mussolini a favore della famiglia e per l’incremento della natalità, con l’istituzione, nel 1925, della OMNI (Opera Nazionale Maternità ed Infanzia). Nella giornata dedicata alla madre e al fanciullo, il Duce assegnava personalmente, un premio in denaro di 5.000 Lire e una polizza di assicurazione, alle mamme con più di 7 figli che si trovavano a Roma per la festa; naturalmente non mancarono altre agevolazioni alle famiglie italiane affinché incrementassero le nascite.

 

Manifesto-locandina dell’Opera nazionale per la Maternità e il per il Fanciullo

(Epoca: Ventennio fascista)

 

La festa dedicata solo ed esclusivamente alla mamma, staccata dagli scopi della politica, come invece si era attuato con Benito Mussolini, viene festeggiata in Italia, per la prima volta nel 1956. L’iniziativa fu lanciata dal senatore Raul Zaccari, che era sindaco di Bordighera e a collaborare con lui fu Giacomo Pallanca, Presidente dell’Ente Fiera del Fiore e della Pianta Ornamentale di Bordighera-Vallecrosia. La festa fu celebrata presso il Teatro Zeni di Bordighera e negli anni a seguire presso il Palazzo del Parco.

Nel 1957 fu Don Otello Migliosi a lanciare la festa della mamma a Tordibetto di Assisi; la festività da lui introdotta, aveva una connotazione cristiana, non dedicata solamente al ruolo sociale della mamma. Successivamente a Tordibetto sarà anche realizzato il Parco della Mamma, progettato dall’architetto Enrico Marcucci e con al centro una statua dedicata alla maternità, scolpita da Enrico Manfrini. Dal 1957, ogni anno, la parrocchia di Tordibetto celebra ufficialmente la Festa con vari eventi e manifestazioni di tipo religioso e culturale.

Dal 1958 in poi la festa iniziò a diffondersi in tutta Italia; nei primi anni, essa fu celebrata l’8 di maggio, poi si passò alla seconda domenica di maggio, come avviene oggi.

Per tradizione, in tale occasione, i bambini regalano alle mamme, disegni e lavori che essi stessi realizzano a scuola, oltre ad imparare delle poesie dedicate alla mamma.

 

Un esempio di famiglia numerosa durante il Ventennio Fascista (Anno 1942)

Genitori: Giovanni Bergamo e Maria De Martino, di Eboli (SA) con i loro 9 figli: Fortunata, Lucia, Preziosa, Tommaso, Alfonsina, Angela, Antonietta, Cecilia e Alfonso, più altri 3 (Elena, Gerardo e Mario) che sarebbero nati negli anni seguenti, ai quali si aggiungono 4 bambini persi appena nati.

 

    Cartolina emessa dalla Ferrovia del Nord Pacifico per la festa della mamma del 1915.

In onore della migliore madre che abbia mai vissuto, tua madre

(Northern Pacific Railway, 1915)

 

 

Alcune immagini dedicate alla Mamma

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Bergamo

 

Tra i sostenitori si segnalano

 

 

 

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Sicurezza stradale a Sikasso (Mali)

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L’Associazione “Les Amis de la Route”

Sicurezza stradale in Mali

 

In rosso la regione di Sikasso

 

Ieri, Giovedì 29 aprile 2021, l’associazione “Les Amis de la Route” guidata dal Dr. Grégoire Tessougue ha organizzato una giornata dedicata alla formazione di 200 studenti, (fase 2) sul codice della strada e sulla prevenzione degli incidenti stradali, con il patrocinio del Signor Mamadou Sow D.N.F dal Mali.

Una formazione che rientra nel quadro del Programma Road Education in ambito scolastico e del #CommitToAct.

#GlobalRoadSafetyNgo.

L’obiettivo è sostenere con le Autorità amministrative l’introduzione dell’istruzione stradale nei sistemi educativi del Mali.

 

Il Logo dell’Associazione “Les Amis de la Route” di Sikasso

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fabio Bergamo.

 

 

 

L’ Abbraccio Materno della Legge giunge anche in Mali

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Il Mali è evidenziato in rosso (l’Italia è visibile in alto)

 

 

La Poesia dedicata alla Legge arriva anche in Mali

La poesia dedicata alla Legge, scritta da Fabio Bergamo fa tappa in Mali (nella cartina geografica, collocata in alto, il Paese è evidenziato in rosso, l’Italia più piccola si vede in alto).

Il viaggio della poesia ha avuto come Base di Partenza la città di Ravello nel 2017 – località rinomata della costiera amalfitana, nota in tutto il Mondo per il suo fascino pittoresco e le sue viste panoramiche mozzafiato che unendo cielo e mare in maniera sublime, danno all’osservatore la possibilità di percepire l’Infinito come in altri pochi luoghi al Mondo – quando essa viene collocata nel Duomo della città.

Ed è proprio da Ravello che tutto ha inizio: così nel 2018 la poesia raggiunge il Benin nella Missione dei Padri Francescani delle Marche guidata da Padre Francesco Pettinelli; e ad Agosto 2020 fa tappa in Mali, altro importante Paese dell’Africa Occidentale.

 

Facciata del Duomo di Ravello dove è esposta la Poesia sulla Legge

scritta da Fabio Bergamo

 

 

Ai bambini e ai ragazzi maliani – seguiti dal Dr. Grégoire Tessougue che si occupa di educazione e sicurezza stradale, nonché Presidente dell’ “Association des Amis de la Route de Sikasso du Mali” – sono pervenute in omaggio ben 500 copie a colori della poesia, con relativa spiegazione del testo, così da facilitarne didatticamente la divulgazione, insieme all’esatta definizione del diritto, elaborata dallo stesso Autore.

 

Nella foto il Dr. Grégoire Tessougue – Presidente dell’ “Association des Amis de la Route de Sikasso du Mali”

 

A tale lavoro si aggiungono vari scritti e filmati utili alla educazione stradale su cui Egli è impegnato da anni: è noto che le sue proposte ai fini della educazione e della sicurezza stradale sono già nelle mani della Camera dei Deputati: a tal riguardo, Fabio Bergamo tiene a sottolineare che la sua attività è stata svolta negli anni, senza alcun introito e senza alcun sostegno da parte di enti pubblici, parastatali o privati interessati al problema, alla luce di ciò che di grave accade da tempo sulle strade, a causa del fenomeno della incidentalità.

 

Dopo aver raggiunto il Mali il prossimo paese a ricevere la poesia sulla Legge sarà il Brasile

 

L’obiettivo della poesia è quello di far conoscere l’importanza della Legge ai più piccoli affinché prendano coscienza, il prima possibile, del suo ineliminabile valore a difesa dei loro diritti e della loro stessa Vita: solo essa – afferma l’Autore – può fare da scudo ad ogni forma di sopraffazione fisica o psicologica (bullismo, maltrattamenti, rapimenti, uccisioni, traumi e menomazioni per violenza od a causa di incidenti stradali), nei Paesi dove si è affermata la democrazia e lo stato di diritto come in quelli dove ancora regna il dispotismo, la guerra o lo sfruttamento minorile del lavoro come del sesso (turismo sessuale, pedofilia, ecc.).

Un primato (così vogliamo definirlo) per l’Autore, considerato che nessuno prima di lui, scrittore italiano o straniero, ha pensato di dedicare alla Legge una poesia, e con essa dunque, solo oggi, si riempie un “vuoto formativo” per gli alunni delle scuole primarie e secondarie inferiori, “addomesticati” alle routinarie poesie di poeti classici che in Italia (come in altri Paesi del Mondo) tutti abbiamo imparato e che oggi come oggi, sono “totalmente scollate” e lontane anni luce dalla realtà con gli abusi, le violenze, le discriminazioni, le disuguaglianze, e le cattiverie commesse a danno dei piccoli e degli innocenti.

Cosa importante è che i piccoli ricorderanno da grandi di aver imparato una poesia sulla Legge, come ha tenuto a ribadire Fabio Bergamo, e pian piano la poesia giungerà in ogni luogo della Terra, anche il più remoto.

La traduzione in lingua francese è stata realizzata dalla Prof.ssa Florence Boi, madrelingua; le 500 stampe a colori sono state offerte, in omaggio, dalla Tipografia CGM con sede ad Ogliasto Cilento (SA) e Milano che, con la sua pronta disponibilità ha voluto dare il proprio contributo all’azione educativa intrapresa da Fabio Bergamo a difesa dei diritti, della libertà e della Vita dei Bambini nel Mondo.

 

 

Lasciamo qui di seguito le foto ricordo e vi terremo informati sui prossimi luoghi di approdo della Poesia.

A causa della pandemia dovuta alla diffusione del virus Covid-19 le foto sono state scattate nel mese di aprile 2021, precisamente il giorno 29, data della loro pubblicazione sul sito iosonobellezza.it mentre la poesia è giunta in Mali nel mese di agosto 2020.

Seguono foto e ringraziamenti

 

Il Direttore scolastico Sinaly Togola

Grazie alla sua approvazione, la poesia dedicata alla legge è divenuta uno strumento didattico per gli alunni della Città di Sikasso in Mali.

Le Directeur Régionale de l’Académie d’enseignement de Sikasso Sinaly Togola qui nous à permis de faire l’évènement.

 

 

Il Dr. Grégoire Tessougue con il figlio Paul (a destra) e il suo amichetto Moussa Dembele

 

 

I due amichetti del figlio del dr. Grégoire Tessougue

a sinistra Moussa Dembele e a destra Iasine Bagayogo

 

 

L’esatta definizione del Diritto fornita da Fabio Bergamo

 

 

Foto di gruppo, a seguire ne arriveranno altre..

 

 

 

Messaggio di apprezzamento del Dr. Grégoire Tessougue a Fabio Bergamo:

“Monsieur Fabio Vous ête aussi une bonne personne avec un bon coeur. Je vous apprécie beaucoup. J’aime bien votre combat contre les injustices et la violence sur les enfants. C’est un vrais enjeux au Mali. Ici au Mali les enfants subissent beaucoup d’injustice et de violence, nous serons heureux en collaboration avec vous monté un projet sur votre bataille au Mali. Je pense qu’après le Mali et le Brésil, la poésie sur la Loi doit devenir un projet internationale pour qu’elle puisse être lue par tous les élèves des écoles en Afrique et dans le Monde car elle est très importante pour l’éducation et la protection des enfants”.

Dr. Grégoire Tessougue – Città di Sikasso – Mali, Aprile 2021

 

Traduzione:

“Sig. Fabio Lei è una brava persona con un buon cuore e La stimo molto. La sua lotta contro le ingiustizie e la violenza a danno dei più piccoli è una cosa molto bella. Ciò è un grave problema in Mali: qui i bambini subiscono molte ingiustizie e violenze; saremo felici, in collaborazione con Lei, di mettere in piedi un progetto in favore della vostra battaglia nel nostro Paese. Io penso che dopo il Mali ed il Brasile, la poesia sulla Legge debba diventare un progetto di portata internazionale affinché venga letta da tutti gli alunni delle scuole dell’Africa e del Mondo, perché essa è molto importante per la educazione e la protezione dei bambini”.

Dr. Grégoire Tessougue – Città di Sikasso – Mali, Aprile 2021

 

La Bandiera del Mali

 

Nella giornata dedicata alla presentazione ed alla spiegazione della poesia sulla Legge, il Dr. Grégoire Tessougue ha tenuto un suo intervento sulla educazione stradale.

 

 

 

 

Commenti all’articolo

“Nella vita non bisogna mai rassegnarsi, arrendersi alla mediocrità, bensì uscire da quella zona grigia in cui tutto è abitudine e rassegnazione passiva, bisogna coltivare il coraggio di ribellarsi.” Complimenti per tutto quello che fai a sostegno della collettività. Fabio Sei grande”.

Antonio Simonetti – Agente di Polizia Stradale

 

“Fabio Bergamo è l’esempio di come sia importante, oltre che utile, impegnarsi per il bene e la giustizia comuni, indipendentemente dal profitto che se ne può trarre; perché il “profitto vero” è vivere in una comunità sana nella quale stai bene solo se anche gli altri stanno bene. Grazie Fabio”.

Luca Possanza – Salerno

 

Fabio grazie per il tuo impegno nel sociale e nella sicurezza stradale. Ti auguro di raggiungere gli obiettivi per i quali ti sei impegnato con tanta abnegazione. Complimenti.

Felice Rosamilia

 

Grazie Fabio per la tua perseveranza nel portare all’attenzione comune continui spunti di riflessione e per il tuo impegno in favore della giustizia.

Paola Ragosta -Avvocato

 

“Seguo Fabio da svariato tempo, i suoi scritti , la sua perseveranza che mette in quello che fa e in quello che crede per il bene comune è qualcosa di encomiabile. Se ognuno facesse solo un po’ la società sarebbe sicuramente migliore”.

Felice Pastore – Benevento

 

“Sig. Fabio Lei è una brava persona con un buon cuore e La stimo molto. La sua lotta contro le ingiustizie e la violenza a danno dei più piccoli è una cosa molto bella. Ciò è un grave problema in Mali: qui i bambini subiscono molte ingiustizie e violenze; saremo felici, in collaborazione con Lei, di mettere in piedi un progetto in favore della vostra battaglia nel nostro Paese. Io penso che dopo il Mali ed il Brasile, la poesia sulla Legge debba diventare un progetto di portata internazionale affinché venga letta da tutti gli alunni delle scuole dell’Africa e del Mondo, perché essa è molto importante per la educazione e la protezione dei bambini”.

Dr. Grégoire Tessougue – Città di Sikasso – Mali, Aprile 2021

 

Caro Fabio la tua sensibilità per i problemi di questa società malata è molto nobile. Ancor più nobile è quanto questa sensibilità viene esportata in quei paesi martoriati dalla miseria e le guerre tribali. Complimenti.

Francesco Carillo

 

 

Data di Pubblicazione: 29 aprile 2021

Fabio Bergamo.

 

Ulteriori migliorie al CdS

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hands button safety belt on the background of the road

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Ulteriori migliorie al CdS per la educazione e la sicurezza stradale

 

La pagina presenta le altre proposte elaborate da Fabio Bergamo ai fini del miglioramento della sicurezza stradale, già nelle mani della Camera dei Deputati.

Si tiene a sottolineare che tale lavoro, come per tutte le altre proposte, è stato svolto negli anni da Fabio Bergamo senza alcun introito..

 

Definizioni aggiunte all’ art. 3 del CdS

Inserimento  all’art.  3 del  CdS  delle seguenti  5 nuove  definizioni  elaborate da  Fabio Bergamo (che risultano ad oggi assenti nel testo del CdS):

 

1)  Pedone: utente debole della strada che, non utilizzando alcun tipo di veicolo per spostarsi, transita con la forza motoria delle gambe. Non essendo dotato di alcun sistema o dispositivo di protezione a salvaguardia della sua vita, a sua tutela il CdS prevede determinate norme di comportamento a cui devono attenersi gli altri utenti della strada. Sono da considerarsi pedoni anche i disabili in carrozzella, ed i bambini trasportati dalle mamme nei passeggini”.

 

 

2)  Segnale stradale: ogni dispositivo – costituito da un apposito cartello verticale (recante una iscrizione o un simbolo), avviso luminoso, segno orizzontale, ecc. – atto a coordinare il traffico e regolare la condotta degli utenti, conducenti dei veicoli a motore, ciclisti, pedoni, ecc…, al fine di garantire una circolazione stradale quanto più fluida e sicura possibile, nel rispetto delle norme del Codice della Strada.

 

 

3)  Incidente stradale: ogni  fatto od  evento  accidentale  o  volontario,  detto  più  comunemente sinistro – in cui possono rimanere coinvolti, da fermi o in moto, persone, veicoli ed altro – dal quale possono scaturire danni a cose (es. lieve o grave danneggiamento di uno o più veicoli, strutture e cose esterne alla sede stradale, ecc.) a persone (lesioni fisiche di lieve o grave entità, morte), ed animali.

 

 

4)  Corsie autostradali: sono così definite, in base al loro uso:

–     Corsia di marcia normale e di primo superamento per la corsia più a destra;

–     Corsia di primo sorpasso e secondo superamento per la corsia centrale;

–     Corsia di secondo sorpasso e di terzo superamento per la corsia più a sinistra. (*)

 

(*)  Dalla  definizione  e  distinzione  d’uso  delle  corsie  autostradali consegue che il limite di velocità deve essere diverso sulle due corsie di sorpasso. Dunque avremo: limite 150 Km/h sulla corsia di sinistra; limite 130 Km/h sulla corsia centrale e di destra. L’innalzamento a 150 km/h in terza corsia comporta la non superabilità neanche minima dei limiti stabiliti sulle autostrade (limiti di velocità tassativi).

Tale sdoppiamento garantirà maggiore sicurezza e fluidità del traffico evitando i famigerati superamenti a destra e ridurrà il fenomeno della condotta errata del transito in corsia centrale con corsia a destra libera.

 

 

5)  Senso di marcia: direzione mediante la quale il veicolo transita all’interno della propria corsia; si distingue in senso unico di marcia quando i veicoli si spostano in una sola direzione (carreggiata a senso unico); e in doppio senso di marcia quando i veicoli si spostano in due direzioni opposte (carreggiata a doppio senso). Sulle strade a doppio senso di marcia, i veicoli devono transitare – in un senso come nell’altro – sulla corsia che lascia a sinistra del conducente la striscia longitudinale atta a separare i sensi di marcia.

 

 

Precedenza ai pedoni

Precedenza ai pedoni, nei centri abitati, anche fuori delle strisce pedonali. E in ogni caso distanziamento dal pedone di 5 metri e uso delle 4 frecce in fase di attraversamento

Dovere di antecedenza: il pedone che intende attraversare la strada fuori delle strisce pedonali (solo nei centri abitati) ha la precedenza se segnala con un cenno della mano di voler passare.

4 Frecce accese e distanza di sicurezza dal pedone/ciclista: Lasciare col proprio veicolo (moto, auto, ecc.) almeno 5 metri dal pedone/ciclista in fase di attraversamento, e attivare le 4 frecce dall’inizio del suo transito, lasciandole in funzione fino a passaggio avvenuto con la ripresa della marcia.

 

Modifica art. 191 del CdS

La proposta di Fabio Bergamo prevede la precedenza per i pedoni che nei centri abitati attraversano fuori delle strisce pedonali; e per il conducente del veicolo che si ferma, l’obbligo della accensione delle 4 frecce e del distanziamento del veicolo dal pedone di 5 metri.

TITOLO V – NORME DI COMPORTAMENTO

Art. 191. Comportamento dei conducenti nei confronti dei pedoni.

(Vedere modifiche in grassetto al comma 1 e introduzione del nuovo comma 4 e del 5 che riporta il testo del vecchio comma 4).

 

1.Quando il traffico non è regolato da agenti o da semafori, i conducenti devono fermarsi quando i pedoni transitano sugli attraversamenti pedonali. Devono  altresì dare  la precedenza,  rallentando  e all’occorrenza  fermandosi,  ai  pedoni  che  si  accingono  ad  attraversare  sui  medesimi  attraversamenti pedonali e fuori di essi, solo all’interno dei centri abitati, se segnalano con un cenno della mano la volontà di impegnare la carreggiata. Lo stesso obbligo sussiste per i conducenti che svoltano per inoltrarsi in un’altra strada al cui ingresso si trova un attraversamento pedonale, quando ai pedoni non sia vietato il passaggio. Resta fermo il divieto per i pedoni di cui all’articolo 190, comma 4.

 

  1. Sulle strade sprovviste di attraversamenti pedonali i conducenti devono consentire al pedone, che abbia già iniziato l’attraversamento impegnando la carreggiata, di raggiungere il lato opposto in condizioni di sicurezza.

 

  1. I conducenti devono fermarsi quando una persona invalida con ridotte capacità motorie o su carrozzella, o munita di bastone bianco, o accompagnata da cane guida, o munita di bastone bianco-rosso in caso di persona sordocieca, o  comunque  altrimenti  riconoscibile,  attraversa  la  carreggiata  o  si  accinge  ad attraversarla e devono comunque prevenire situazioni di pericolo che possano derivare da comportamenti scorretti o maldestri di bambini o di anziani, quando sia ragionevole prevederli in relazione alla situazione di fatto.

 

  1. I conducenti, in ogni caso, devono mantenere una distanza di almeno 5 metri tra il proprio veicolo ed il pedone in fase di attraversamento, tenendo azionate le quattro frecce dall’inizio del suo transito fino a passaggio avvenuto.

 

  1. Chiunque viola  le  disposizioni  del  presente  articolo  è  soggetto  alla  sanzione  amministrativa  del pagamento di una somma da euro 162 a euro 646.

 

 

 

Il Seggiolino di serie

 

Il Seggiolino svolgendo una funzione identica a quella delle cinture di sicurezza (si veda art. 172 del CdS sui sistemi di ritenuta), va offerto di serie sulle vetture nuove acquistate da chi ha un figlio per la cui età è fatto obbligo utilizzarlo o se ad acquistarlo è una famiglia in cui la donna è in attesa di averlo. Tale beneficio è per un solo bambino,  sarebbe  così  a  carico  dell’acquirente l’acquisto  di  un secondo dispositivo se in famiglia vi è un altro figlio (vedi anche parto  gemellare). Tale  dispositivo  quindi,  con  l’entrata  in  vigore  del  nuovo  CdS,  è  da includere  all’atto  dell’acquisto  della  vettura  all’acquirente  che  si  trova  nelle  situazioni predette, documentate da idonee certificazioni (stato di famiglia, certificato di nascita del bambino,  certificato  medico  attestante  lo  stato  interessante  della  donna  prossima  a partorire). L’acquirente con il “buono seggiolino” rilasciato a lui dal concessionario, potrà ritirare il seggiolino presso qualsiasi negozio che vende tali dispositivi.

 

Modifica art. 172 CdS – Introduzione del Seggiolino di serie

Proposta di Fabio Bergamo

Viene modificato il primo comma dell’art. 172 CdS Con l’aggiunta dell’enunciato evidenziato in grassetto

TITOLO V – NORME DI COMPORTAMENTO

Art. 172. Uso delle cinture di sicurezza e sistemi di ritenuta per bambini.

  1. Il conducente ed i passeggeri dei veicoli della categoria L6e, dotati di carrozzeria chiusa, di cui all’art. 1, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2002/24/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 marzo 2002, e delle categorie M1, N1, N2 ed N3, di cui all’articolo 47, comma 2, del presente codice, muniti di cintura di sicurezza, (2) hanno l’obbligo di utilizzarle in qualsiasi situazione di marcia. I bambini di statura inferiore a 1,50 m devono essere assicurati al sedile con un sistema di ritenuta per bambini, adeguato al loro peso, di tipo omologato, secondo le normative stabilite dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, conformemente ai regolamenti della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite o alle equivalenti direttive comunitarie; nei veicoli di nuova immatricolazione, a partire dal ………………., nei quali è previsto l’uso dei sistemi di ritenuta per bambini, è incluso un seggiolino per  le  famiglie  aventi  un  bimbo  o  per  le  donne  in  dolce  attesa  come documentato da idonee certificazioni.

Fabio Bergamo

 

 

Modifica limiti di velocità

Modifica del Limite di Velocità per la sicurezza dei pedoni

Innalzamento del Limite di Velocità a 150 Km/h solamente sulla terza corsia autostradale

 

Sdoppiamento del limite di velocità nei centri abitati per la sicurezza dei pedoni

  • 40 km/h sulle strade a doppio senso nei centri abitati
  • 50 km/h sulle strade a senso unico nei centri abitati

 

  • Aumento del limite di velocità a 150 km/h in autostrada solo sulla terza corsia

 

Viene modificato il comma 1 dell’art. 142 del CdS

(Le aggiunte sono in grassetto)

TITOLO V

NORME DI COMPORTAMENTO

Art. 142. Limiti di velocità

  1. Ai fini della sicurezza della circolazione e della tutela della vita umana la velocità massima non può superare i 130 km/h per le autostrade, i 110 km/h per le strade extraurbane principali, i 90 km/h per le strade extraurbane secondarie e per le strade extraurbane locali, ed i 40 km/h sulle strade a doppio senso di circolazione e i 50 km/h per le strade a senso unico nei centri abitati, con la possibilità di elevare tale limite fino ad un massimo di 70 km/h per le strade urbane le cui caratteristiche costruttive e funzionali lo consentano, previa installazione degli appositi segnali. Sulle autostrade a tre corsie più corsia di emergenza per ogni senso di marcia, dotate di apparecchiature debitamente omologate per il calcolo della velocità media di percorrenza su tratti determinati, il limite massimo di velocità è di 150 km/h solo sulla terza corsia tenuto conto delle caratteristiche progettuali ed effettive del tracciato. In caso di precipitazioni atmosferiche di qualsiasi natura, la velocità massima non può superare i 110 km/h per le autostrade ed i 90 km/h per le strade extraurbane principali.

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Fabio Bergamo

 

 

Veicolo Guardiano per i ciclisti in gruppo

Sono molteplici gli incidenti anche mortali che avvengono ai ciclisti in gruppo come ancora recentemente accaduto dove a perdere la vita è stata la giovane ciclista Roberta Agosti (vedere link in basso).

Per questa ragione Fabio Bergamo ha proposto il “Veicolo Guardiano” ossia una moto o una auto con apposito cartello informativo e 4 frecce accese che anticipa a debita distanza il gruppo dei ciclisti, allo scopo di informare i veicoli provenienti dal senso opposto o dalle strade laterali, della presenza di essi, invitandoli a procedere ad una velocità non superiore a 30 km/h, dal punto in cui è stato visto il veicolo guardiano fino a che il gruppo dei ciclisti non sia passato. In questa maniera si aumenta la sicurezza dei ciclisti: ad es. in caso di caduta di  uno  o  più  ciclisti,  il  conducente  del “veicolo guardiano” può essere informato da  uno  di  essi  ancora  in  sella,  tramite ricetrasmittente;   in   tale   situazione   è tenuto altresì ad arrestare la marcia e se necessario deve allertare i soccorsi.

I veicoli che transitano posteriormente al gruppo  dei  ciclisti  devono  lasciare  una adeguata distanza di sicurezza (almeno 20 metri)  e  procedere  a  velocità  moderata con  le  4 frecce  in  funzione  (nel caso  si decida di sorpassare il gruppo dei ciclisti, la manovra va effettuata in sicurezza e va tenuta una distanza laterale di almeno 1,5 metri).

https://www.ilriformista.it/travoltaeuccisadauncamioninallenamentomortalaciclistarobertaagosti 126461/

Articolo 182 bis del CdS – Proposta di Fabio Bergamo

Ai fini della sicurezza stradale dei ciclisti in gruppo viene introdotto un nuovo articolo del CdS costituito da 4 commi relativo al Veicolo Guardiano

TITOLO V – NORME DI COMPORTAMENTO

Art. 182 bis – Veicolo Guardiano per i ciclisti in gruppo

1. I ciclisti in allenamento formanti un gruppo di almeno quattro elementi devono essere scortati anteriormente al loro transito, da un veicolo guardiano che informa, con apposito cartello, della loro presenza, i veicoli provenienti dal senso opposto e le strade laterali. I veicoli che lo incontrano devono procedere ad una velocità non superiore a 30 km/h dal punto in cui esso è stato visto fino all’avvenuto passaggio di essi.

2. Il conducente del veicolo guardiano è tenuto a procedere a velocità moderata, a mantenere una distanza adeguata dal gruppo dei ciclisti e tenere in funzione le 4 frecce; in caso di caduta di uno o più di essi, deve arrestare la marcia, esporre la bandierina rossa e se necessario allertare i soccorsi.

3. I veicoli che transitano posteriormente al gruppo dei ciclisti devono lasciare una adeguata distanza di sicurezza (almeno 20 metri) e procedere a velocità moderata con le 4 frecce in funzione; nel caso si decida di sorpassare il gruppo, la manovra va effettuata con cautela, mantenendo una distanza di sicurezza laterale di almeno 1,5 metri.

4. I ciclisti in gruppo che violano le disposizioni del presente articolo sono soggetti alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma che va da € 41 a € 168.

 

Esempio  di  cartello  da  installare  sul  veicolo  guardiano  proposto  anch’esso  da  Fabio Bergamo:

VEICOLO GUARDIANO CICLISTI IN ARRIVO

 

Esempio di bandierina rossa per auto da esporre sul veicolo guardiano in caso di caduta dei ciclisti:

Dimensioni 30 x 45 cm con supporto per finestrino

 

 

 

Revisione della Carrozzeria

Modifica art. 80 del CdS – REVISIONI

 

Con la modifica a tale articolo viene introdotta la Revisione della Carrozzeria Viene modificato il comma 3 dell’art. 80, con l’aggiunta del periodo in grassetto.

 

  1. Per le autovetture, per gli autoveicoli adibiti al trasporto di cose o ad uso speciale di massa complessiva a pieno carico non superiore a 3,5 t e per gli autoveicoli per trasporto promiscuo la revisione deve essere disposta entro quattro anni dalla data di prima immatricolazione e  successivamente  ogni  due  anni,  nel  rispetto  delle  specifiche decorrenze previste dalle direttive comunitarie vigenti in materia. È disposta la revisione della carrozzeria ogni qualvolta il veicolo venga riparato in conseguenza di un sinistro e comunque ogni 6 anni in assenza di sinistrosità col riscatto del bonus riparativo.

Vedere proposta nei dettagli al link: https://www.iosonobellezza.it/2021/02/17/revisione-periodica-e-bonus-riparativo/

 

Fabio Bergamo

 

 

Il Contributo sociale per le vittime della strada

Modifica art. 285 del Codice di Assicurazioni

Codice delle assicurazioni

Titolo XVII

SISTEMI DI INDENNIZZO

 

Con la modifica a tale articolo viene introdotto il Contributo sociale per le vittime della strada (viene aggiunto il comma 5 evidenziato in grassetto).

 

  1. Il Fondo di Garanzia per le vittime della strada è amministrato, sotto la vigilanza del Ministero delle attività produttive, dalla CONSAP con l’assistenza di un apposito comitato.

 

  1. Il Ministro delle attività produttive disciplina, con regolamento, le condizioni e le modalità di amministrazione, di intervento e di rendiconto del Fondo di garanzia per le vittime della strada, nonché la composizione del comitato di cui al comma 1.

 

  1. Le imprese autorizzate all’esercizio delle assicurazioni per la responsabilità civile per i danni causati dalla  circolazione  dei  veicoli  a  motore  e  dei  natanti  sono  tenute  a versare annualmente alla CONSAP, gestione autonoma del Fondo di Garanzia per le vittime della strada, un contributo commisurato al premio incassato per ciascun contratto stipulato in adempimento dell’obbligo di assicurazione.

 

  1. Il regolamento di cui al comma 2 determina la misura del contributo, nel limite massimo del quattro per cento del premio imponibile, tenuto conto dei risultati della liquidazione dei danni che sono determinati nel rendiconto annualmente predisposto dal comitato di gestione del fondo.

 

  1. Il contributo  sociale  per  le  vittime  della  strada,  che  ammonta  a  24,00  euro  l’anno, addebitato in bolletta al singolo nucleo familiare, è destinato a risarcire i danni cagionati alle vittime dei sinistri previsti agli artt. 283 e 284 del C.A.; ed alla integrazione dei risarcimenti stabiliti  in  sede  giudiziale  qualora  ritenuti  insufficienti  a  ristorare  il  danno  sofferto. Annualmente le somme residuali saranno destinate ad interventi di manutenzione stradale per la prevenzione della incidentalità.

Fabio Bergamo

 

Rinnovo della patente con 2 lezioni gratuite di 4 ore presso le autoscuole

entro 60 giorni dalla conferma dell’abilitazione alla guida

Modifica art. 126 del CdS

 

All’articolo va aggiunto il comma 10-Bis col testo seguente:

 

10-Bis. A partire dall’età di 55 anni ai patentati che rinnovano le patenti A o B presso un’autoscuola è data facoltà di seguire gratuitamente due lezioni di due ore ognuna presso di essa, allo scopo di rinnovellare le nozioni sulle norme di comportamento alla guida. Coloro che rinnovano la patente presso un’agenzia di pratiche auto o altro ente abilitato, potranno recarsi, parimenti entro 60 giorni dalla data del rinnovo, presso un’autoscuola per partecipare a tali attività didattiche. Il titolare dell’autoscuola attesterà la presenza di essi con un apposito certificato da rilasciare al partecipante, trasmettendo copia del medesimo agli Uffici della Motorizzazione Civile.

Fabio Bergamo

 

Introduzione di due test di guida post-conseguimento patente

È nei primi mesi di patente che viene a formarsi lo stile di guida che il conducente adotterà per gran parte dei suoi anni al volante, per questa ragione Fabio Bergamo ha proposto di introdurre un Test di guida a 6 mesi e a 12 mesi dalla abilitazione, così da SAGGIARE la qualità della condotta del conducente che in questo lasso di tempo ha sperimentato la guida nel traffico, con le difficoltà e le problematiche che la circolazione stradale comporta: l’istruttore di guida potrà aiutarlo a correggere dei difetti del comportamento al volante che la breve esperienza ha potuto ingenerare in lui, ancora non formato del tutto, e fornirgli ulteriori input, consigli e suggerimenti, affinché possa limitare il numero degli errori, delle manchevolezze o delle imprudenze che potrebbero essere causa di incidenti anche gravi. Sappiamo infatti che i neo-conducenti hanno delle limitazioni alla guida nei primi anni di patente, proprio perché principianti e non maturi dal punto di vista della consapevolezza del pericolo, come chiarito nel mio utile scritto “La Consapevolezza del pericolo stradale”.

ecco il link: https://www.iosonobellezza.it/2021/02/21/la-consapevolezza-del-pericolo-stradale/

Fabio Bergamo

 

 

Fabio Bergamo

 

 

Tra i sostenitori si segnalano

 

 

 

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Charaxes Jasius

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Charaxes Jasius

Ninfa del corbezzolo

 

La Charaxes Jasius nota come ninfa del corbezzolo o farfalla africana, è un lepidottero (tali insetti presentano 4 ali, due anteriori e due posteriori, ricoperte da squame sottili che donano ad esse la caratteristica colorazione) ed appartiene alla famiglia Nymphalidae.

 

 

Una ninfa del corbezzolo che si nutre delle more

 

Come tutti i lepidotteri è un insetto olometabolo ossia si sviluppa in tre fasi: dall’uovo si sviluppa la larva, dalla larva la pupa, e dalla pupa l’insetto perfetto.

È definita così perché si nutre delle foglie e del frutto del corbezzolo (noto anche come ciliegio marino) e si riproduce sulla pianta medesima.

 

La ninfa del corbezzolo ferma su un ramoscello

 

 

Foglie e frutti del corbezzolo

 

Essa è diffusa lungo la fascia tropicale dell’Eurafrasia (il Supercontinente costituito da Asia, Africa ed Europa) ed è l’unica farfalla del genere Charaxes presente in Europa. Il suo habitat è la macchia mediterranea, nelle zone aventi un’altitudine tra i 700 e gli 800 metri.

È classificata come specie rara dall’IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), che è l’organizzazione non governativa (ONG) con sede in Svizzera, fondata nel 1948 allo scopo di coadiuvare la Comunità Internazionale nella tutela dell’ambiente e la protezione della natura.

Il bruco è di colore verde, di forma cilindrica con due ocelli gialli sul dorso; il capo presenta quattro caratteristici dentelli rivolti all’indietro. La pupa (crisalide) è di forma compatta e resta attaccata alla pianta nutrice fino al completamento della metamorfosi (trasformazione in farfalla adulta).

 

Il corpo, la testa e i colori de bruco della Ninfa del Corbezzolo

 

La ninfa del corbezzolo ha un’apertura alare di circa 80 mm, nella femmina può arrivare anche a 90 mm; è tra le più grandi farfalle diurne presenti in Italia. La pagina superiore delle ali è di colore bruno scuro con i margini di colore arancio.

 

Pagina superiore delle ali della Ninfa del corbezzolo

 

La pagina inferiore delle ali è bruno rossiccia con numerose bande più scure contornate di bianco o grigio. Quando la ninfa del corbezzolo è ferma con le ali chiuse a libro, la pagina inferiore delle ali molto variopinta, ha una funzione mimetica per proteggerla dai predatori (mimetismo da occultamento).

 

Pagina inferiore delle ali della ninfa del Corbezzolo

 

Le ali posteriori portano due code; dei puntini celesti sono presenti vicino ad esse, sia sulla pagina superiore che su quella inferiore ed hanno una funzione protettiva: tali puntini alla vista dei predatori sembrano gli occhi della farfalla.

Lungo il bordo le ali presentano una banda di colore arancio: nelle ali della pagina inferiore la banda di colore arancio è preceduta da una banda di colore bianco.

Come tutte le farfalle, la ninfa del corbezzolo ha una vita molto breve che oscilla tra i 15 e i 30 giorni; è una specie territoriale in particolare durante il periodo riproduttivo: infatti le ninfe maschio controllano il territorio circostante, tenendo a distanza – dalla femmina che depone le uova sulle foglie del corbezzolo – le altre farfalle, gli altri insetti ed anche dei piccoli uccelli predatori.

La ninfa allo stato larvale si nutre esclusivamente delle foglie del corbezzolo. L’adulto si nutre dei frutti maturi della pianta, succhiando i liquidi zuccherini attraverso la sua spirotromba.

 

La ninfa del corbezzolo mentre succhia i liquidi di una mela con la sua spirotromba

 

Il volo della ninfa del corbezzolo differisce da quello delle altre farfalle. Essa vola quasi in linea retta ed è molto veloce, mentre le altre specie svolazzano con spostamenti non lineari ma con andamento vario e disomogeneo.

La Charaxes Jasius è bivoltina cioè si riproduce due volte l’anno: il primo ciclo riproduttivo avviene tra maggio e giugno, il secondo si ha tra agosto e settembre (dunque la ninfa del corbezzolo del secondo ciclo trascorre il periodo invernale allo stadio larvale, per diventare farfalla la primavera dell’anno seguente).

La femmina depone le uova attaccandole alla pagina superiore delle foglie del corbezzolo, deponendo non più di un uovo per singola foglia.

Dall’uovo fuoriesce la larva, la quale costruisce un giaciglio con dei filamenti sericei, sul quale si adagia dopo essersi cibata delle foglie circostanti.

Man mano che il bruco cresce ed aumenta di dimensioni, subisce varie mutazioni fino alla fase finale dove esso si appende ad un ramoscello e posizionandosi ad uncino col corpo avvolto su se stesso, si trasforma definitivamente in pupa o crisalide (l’impupamento è l’ultima muta larvale dopo di che la farfalla diventa adulta). Dopo un periodo che può variare da due settimane ad un mese, la pupa si apre lasciando fuoriuscire la farfalla, ormai giunta al suo completo sviluppo.

 

Col bruco (larva) saldo al ramo inizia la fase di impupamento

 

 

In questa foto il bruco della ninfa del corbezzolo si è trasformato in pupa

 

 

Altre foto

 

Un esemplare della Ninfa del corbezzolo immortalato sul filo spinato

La bellissima foto è del Fotografo Naturalista Saverio Gatto

E’ possibile visitare il suo sito, ricco di foto dedicate alla Bellezza della Natura

https://www.saveriogatto.com/index.php

 

Video

Filmato sullo sviluppo della Ninfa del corbezzolo

cliccare sul link presente sotto la foto

Un uovo della Ninfa del corbezzolo

https://www.youtube.com/watch?v=ojCXlGXhDR8

 

 

Fabio Bergamo

 

 

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