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Il Mondo-Universo delle Motociclette

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Si ringraziano il Sindaco di Ravello Dr. Salvatore Di Martino, la Giunta e i cittadini.

 

Il mondo delle motociclette è un vero e proprio universo che fin dalla sua nascita continua ad evolversi incessantemente da un punto di vista stilistico, meccanico e tecnologico. Sembra incredibile che un mezzo di trasporto dotato semplicemente di due ruote, un motore, un manubrio e una sella su cui siede il conducente, possa avere avuto ed ancora oggi stia vivendo una costante e continua evoluzione che appare senza fine. Le motociclette, dunque, a differenza di altri veicoli, che non si sono evoluti nel corso del tempo, procedono imperterrite nel loro percorso di perfezionamento: sempre più belle ed elaborate esteticamente, con linee ricercate ed innovative e profili spiccatamente aerodinamici, più ricche di sistemi di sicurezza, con motori sempre più prestazionali. La risposta a questo processo evolutivo, sta nel fatto che nella moto convivono due anime: quella romantica e quella tecnica. Essa rappresenta sentimentalmente il destriero che l’uomo contemporaneo cavalca coraggiosamente nel XXI secolo, così pieno di conflitti e contraddizioni. Ogni motocicletta ha un suo fascino, una sua anima; ogni uomo attratto dalla sua magia è spinto ad inforcarla e ad amarla fondendosi con essa, dando modo alla sua personalità, che è alla continua ricerca di purezza e distinzione, di esprimersi. Ecco, solo chi comprende fino in fondo la natura dell’essere umano può capire cosa significhi veramente per l’uomo la motocicletta: non un semplice mezzo di trasporto ma uno dei simboli che gli “spiriti liberi” hanno per affermare la loro identità. In questo mio scritto dunque, avremo una guida completa, come mai fatto prima, per conoscere tutte le varianti che la moto ha avuto dalla sua nascita fino ad oggi: un’utile presentazione per coloro che, giovani o meno, desiderano addentrarsi in questo “mondo-universo” ed orientarsi in maniera più consapevole nella scelta, nel caso vogliano possederne una.

In linea generale, le caratteristiche che distinguono le moto nelle varie tipologie con cui esse vengono classificate, riguardano: la forma o il design della motocicletta; le sue dimensioni; la collocazione del motore, la sua cilindrata (va dai 40 cc delle Minimoto per arrivare a 2.500 cc nelle Power Cruiser più potenti) e la disposizione stessa dei cilindri; l’altezza della sella e la forma del manubrio; la posizione di guida che assume il conducente; le dimensioni e la forma degli pneumatici; l’utilizzo a cui esse sono destinate ossia in pista, in strada per tragitti brevi o per lunghe percorrenze, ed ancora fuori strada, ecc. Non posso esimermi, in ultimo, e dunque è mio dovere – considerato che mi occupo di sicurezza stradale – esortare i bikers, neofiti o esperti, a guidare sempre nel rispetto di loro stessi, tenendo in debita considerazione i limiti fisici e psichici che il corpo umano, per natura, non può oltrepassare: la strada, ahinoi, è già satura di insidie, cerchiamo tutti insieme di controllare il rischio a cui esse ci espongono, evitando di essere noi stessi il pericolo primo e maggiore per il nostro essere in vita.

Yamaha Concept Motoroid – Streetfighter con motore elettrico

Fabio Bergamo – 27 Novembre 2020

 

Minimoto

Le Minimoto sono delle vere e proprie motociclette in scala ridotta; in Italia per mano artigianale prendono vita verso la metà degli anni ’70, e sul finire degli anni ‘80 entrano in commercio come giocattolo per bambini facendo più tardi il loro ingresso nel mondo agonistico.

Si distinguono in Minimoto da corsa e da cross: dotate di motore a scoppio, possono essere utilizzate soltanto in pista e su circuiti dedicati, e su aree non aperte alla circolazione stradale. Le dimensioni standard delle Minimoto da corsa sono: lunghezza 100 cm, altezza 60 cm, peso 20 kg. Le Minicross dette anche “Pitbike” sono leggermente più grandi: lunghezza 125 cm, altezza 85 cm, peso oltre 20 kg. I motori delle Minimoto sono a ciclo due tempi e vanno dai 39 a 50 cc; quelli a quattro tempi vanno da 90 a 110 cc.

Le Minimoto superano abbondantemente i 50 km/h di velocità; la loro guida è vietata ai minori di 14 anni ed è obbligatorio l’uso del casco; sono soggette ad omologazione sulla base di specifiche normative della Comunità Europea (marcatura CE) e sono parificate ai Miniquad che hanno quattro ruote e motori a scoppio con cilindrata da 50 a 150 cc. Il sistema di raffreddamento è ad aria per quelle aventi una potenza inferiore ai 10 cavalli, mentre è a liquido per quelle che ne sviluppano più di 10.

Alcuni modelli di Minimoto sono omologati per la circolazione stradale come l’Insanity prodotta in Germania da oltre 10 anni: dotata di fanali, targhino e specchietti retrovisori, ha una cilindrata di 50 cc e raggiunge la velocità massima di 45 km/h come tutti i ciclomotori. Non mancano le “minimoto giocattolo” definite “babymoto” che sono invece elettriche con batteria ricaricabile. Realizzate perlopiù in plastica sono destinate ai bambini aventi una età inferiore ai 14 anni, (per i bambini fino a 3 anni non devono superare gli 8 km/h); in commercio ci sono anche i Miniquad elettrici.

 Cuscar Minicross Freedom 50 cc

 

Ciclomotore

Il Ciclomotore può considerarsi una bicicletta a motore: esso infatti è la versione moderna del bicimotore.

A lanciare il primo ciclomotore sul mercato è stata l’azienda parigina Werner che depositò il brevetto il 7 gennaio 1897. In Italia inizia a diffondersi dalla fine degli anni ’60 col boom economico. Esso si presenta a due o tre ruote con motore endotermico di cilindrata non superiore a 50 cc; sviluppa la velocità massima di 45 km/h e può trasportare solamente il conducente. Risulta dotato anche di altri tipi di motore, come quello elettrico ma non deve superare la soglia di 4 KW di potenza. Nella forma tradizionale ricorda le biciclette; anche gli scooter di piccola cilindrata rientrano in tale categoria; alcuni ciclomotori riprendono la linea delle moto sportive come nel caso della Aprilia RS-50. Il ciclomotore viene detto anche motorino o cinquantino; può essere guidato dopo aver conseguito il patentino AM a partire dai 14 anni di età o con altre patenti di guida superiori ad esso. Il quadriciclo leggero noto come Minicar è assimilato al ciclomotore.

 

Un curioso Piaggio Si in versione Cross

 

Motoleggera

Il termine Motoleggera, ormai in disuso in Italia, veniva utilizzato per indicare un motociclo avente una cilindrata inferiore ai 100 cc.

Tale tipo di motocicletta che vede la luce verso la metà degli anni ‘20 è caratterizzato da un assetto turistico, una struttura esile dal peso estremamente ridotto, può trasportare conducente e passeggero, e si distingue dal bicimotore per l’assenza dei pedali (detto anche motobici).

Dal 1928 al 1933 il suo utilizzo è regolato da apposite norme: per la legislazione dell’epoca, infatti, la motoleggera è considerata “piccolo motociclo”, e può essere guidata solo da 18 anni in su e con la patente di guida. Dal 1934 viene catalogata come motociclo vero e proprio. Negli anni ’70 la cilindrata viene aumentata fino a 150 cc consentendo ai suoi possessori di poterla guidare in autostrada. Oggi il termine viene usato per indicare i motocicli fino a 125 cc di cilindrata e potenza fino ad 11 KW.

Motobici Sachs Miele di 98 cc risalente al 1935 – Prodotta in Germania

 

Una rarissima foto della motoleggera prodotta dalla italiana APE

Motore due tempi – cilindrata 98 cc – Anno 1925

 

  Moto da donna o ecclesiastica

La moto da donna è costituita da un telaio ribassato (a culla aperta) così da favorire il suo utilizzo alle donne che indossano la gonna o al personale ecclesiastico che veste con abiti lunghi come la talare sacerdotale.

La prima moto da donna viene realizzata nel 1894 dalla azienda tedesca Hildebrand e Wolfmüller che è la prima fabbrica al mondo a mettere in commercio dei motocicli. Anche la Singer nel 1903 lancia la sua moto da donna: l’azienda inglese soddisfa la richiesta della signora Muriel Hind che chiede di vedere realizzata una moto che può essere guidata agevolmente dalle donne che indossano la gonna. A partire dal primo decennio del ‘900 anche altre aziende europee avviano la produzione di tali moto, vista la domanda del pubblico femminile e di un folto numero di sacerdoti. Negli anni ’60 l’uso dei pantaloni da parte delle donne e l’ingresso del clergyman nell’abbigliamento sacerdotale portano ad una forte riduzione della domanda di tali moto.

Oggi la tipologia di moto più usata dalle donne è quella degli scooter; quelli a ruote alte ricordano maggiormente lo stile della moto da donna che ha segnato un’epoca nella storia della motocicletta.

 

 Ciclomotore da donna 48 cc della Motom del 1962

 

 

 

Sparta MB 50 ciclomotore per donna del 1959

Con motore Pluvier di 48 cc

 

 Tubone

Il Tubone è anch’esso un ciclomotore di 50 cc; assume questa denominazione in quanto il telaio è costituito da un tubolare principale monotrave, sotto il quale è collocato il motore.

I primi tuboni fanno la loro apparizione negli anni ’70 ma questo tipo di ciclomotore riscuote grande successo negli anni ’80 per le sue peculiarità tecniche ed estetiche. La struttura a tubone nasce dalla esigenza delle case produttrici di ridurre i costi di produzione: il tubolare non solo fa da telaio ma essendo cavo internamente funge da serbatoio del carburante.

A rendere appetibile il tubone è il fatto che rispetto ai ciclomotori a presa diretta, esso è dotato di un cambio a tre o quattro marce. La prima casa a interessarsi della costruzione di un tubone è la Testi che nel 1971 lancia sul mercato il modello Cricket con motore Minarelli 4 marce: il Cricket è dotato di forcella telescopica, forcellone con ammortizzatori, sella biposto con schienale, tachimetro. Nel 1973 arriva il Negrini Speedway. Gli anni ’80 decretano il successo del tubone; sono tanti in Italia i produttori di moto a costruire il loro modello: la linea diventa più sportiva e le dotazioni sono più ricche, compaiono anche i “tuboni carenati” come il Fantic Fast. I più famosi restano il Califfone della Rizzato, il Malaguti Fifty, il Gilera Cb1, l’MZV Cobra, il Peripoli Oxford, il Gilera Bullit, il Motron GTO, l’Atala Master, ecc. A partire dagli anni ’90 con l’avvento degli scooter il tubone esce di scena.

Tubone Cricket

 

Malaguti Fifty in versione racing

 

 

Gilera Bullit 50 cc

 

 Motoscooter

Il motoscooter noto semplicemente col nome di scooter è caratterizzato da un telaio aperto ed una pedana orizzontale dove il conducente poggia i piedi. Generalmente è dotato di due ruote con diametro ridotto, ma vi è anche quello “a ruote alte” ossia a diametro più grande di cui è dotato normalmente il ciclomotore. Nella sua più recente evoluzione può avere anche tre o quattro ruote.

Il motore, di tipo endotermico o elettrico, è collocato in posizione arretrata – coperto dalla carenatura o dai carter laterali – al di sopra del quale è posta la sella che ospita una o due persone; esso è a due o quattro tempi e la cilindrata varia da 50 ad oltre 800 cc: le cilindrate più alte sono destinate ai Maxiscooter votati al maggiore confort di guida ed alle lunghe percorrenze.

Skootamota della ABC

Il progenitore dello scooter è la “Skootamota” prodotta dal 1919 al 1922 dalla azienda britannica ABC; essa non era altro che un monopattino modificato a cui erano stati aggiunti la sella ed il motore monocilindrico di 123 cc, raggiungeva la velocità massima di 24 Km/h. Alcuni tipi di scooter di piccole dimensioni, detti di servizio, sono leggeri e ripiegabili su se stessi ai fini della riduzione del loro ingombro, ed usati come accessori per automobili, camper o imbarcazioni.

Maxiscooter BMW C 650 SPORT

 

Custom

Le moto Custom rappresentano ai massimi livelli ciò che si è detto nella presentazione. Sono i modelli che ai bikers consentono più di tutte le altre, di rendere uniche le loro moto attraverso una personalizzazione estetica, motoristica, ecc.

Storicamente esse derivano dai chopper che in America apparvero negli anni ’50: la leggenda vuole che i soldati americani dal ritorno dall’Europa, alla fine della seconda guerra mondiale, avendo guidato e apprezzato le doti delle moto militari prodotte in Italia, Germania e Inghilterra, vollero riprodurle similmente “chopperando” quelle realizzate negli USA; nacquero così le moto dallo stile “custom”.

Queste moto, in linea generale, si contraddistinguono per una seduta molto bassa e una guida confortevole, le pedane avanzate, uno pneumatico posteriore molto più largo di quello anteriore, un interasse allungato, un manubrio largo ed una forcella più lunga ed inclinata che porta la ruota anteriore ad essere maggiormente distanziata dal corpo della motocicletta, lo scarico che corre basso ed orizzontalmente lungo la fiancata, donando alla moto uno stile retrò; a ciò si aggiungono i vari accessori offerti per la personalizzazione e le modifiche che possono essere apportate a livello motoristico ed estetico da aziende specializzate che si dedicano alla customizzazione (basti pensare alle cromature, alle borchie, alle colorazioni, alle decorazioni aerografate, alle borse in pelle, ai gadget vari, ecc.).

Possono trasportare comodamente due persone e sono adatte anche alle lunghe percorrenze. Le custom per antonomasia sono le moto prodotte dalla casa americana della Harley Davidson che ha sede a Milwaukee: per contrastare il monopolio commerciale detenuto dalla casa americana, dagli anni ’90, anche i produttori giapponesi, come Honda, Suzuki, Yamaha, ecc. hanno lanciato le loro custom che in Europa hanno riscosso e riscuotono un buon successo.

I motori endotermici di cui le custom sono dotate per tradizione, appartengono alla famiglia dei bicilindrici a V; le cilindrate vanno da 125 a 1.800 cc.

Yamaha Dragstar 650 Custom

 

Chopper

I primi Chopper compaiono negli Stati Uniti d’America negli anni ’50 e ’60, e precisamente in California e Florida.

Il termine “chopper” deriva dall’inglese verbale “to chop” che tradotto in italiano significa “tagliare con l’accetta”.

Tutto parte da degli appassionati che hanno l’idea di tagliare il cannotto del manubrio e di inclinarlo così da allungare la forcella e distanziare la ruota dal telaio. A tale modifica si aggiungono: la trasformazione del telaio che viene tagliato in base alle specifiche del progetto e risaldato, e la eliminazione di alcune parti ritenute superflue esteticamente e che una volta tolte, rendono la moto un esemplare originale. Per i pionieri del Chopper la moto deve apparire nella sua pura essenzialità: vengono rimossi i parafanghi e le luci di posizione e su alcuni di essi viene eliminato anche il freno anteriore.

In tale tipologia di motocicletta le pedane risultano molto avanzate, la sella è bassa (in alcuni casi è eliminata totalmente) e il manubrio assume una forma arcuata e discendente; ruota anteriore, faro e serbatoio sono di ridotte dimensioni; sono presenti diverse parti cromate ed anche la marmitta è modificata o sostituita da altri modelli più elaborati. Per trasportare il passeggero, il sellino è allungato e ad esso si aggiunge la spalliera verticale (sissy bar o sister bar). Negli anni ’60 le motociclette trasformate in chopper erano perlopiù Harley Davidson, Triumph e Honda con motori Flathead, Knucklehea o Panhead.

Dunque i Chopper sono – insieme alle custom che prendono origine da essi – le moto che consentono la massima personalizzazione possibile in ambito motociclistico. In Italia i chopper hanno trovato scarsa diffusione: negli anni ’70, le aziende Fantic Motor e Milani producono dei chopper con cilindrata da 50 a 125 cc.; da menzionare è il Milani Chopper 50 che fu esposto al Salone di Milano del 1971. Agli inizi degli anni ’80 prendono vita le Harley-Davidson Softail Custom prodotte in serie. Esse sono così denominate in quanto le sospensioni posteriori sono celate sotto il motore trasformandosi in Hard tail, a cui si aggiungono altri particolari: le softail custom sono un’ottima alternativa ad un prezzo più abbordabile, dei chopper di razza.

Oggi le moto stile chopper continuano ad essere prodotte da aziende specializzate, su richiesta della clientela a prezzi molto alti: si parte da 25-30mila euro; le moto trasformate in chopper sono principalmente Harley Davidson. Negli Stati Uniti è diventato famoso per la elaborazione dei chopper, il tuner Jesse Gregory James, protagonista della serie tv Monster Garage. James è titolare della West Coast Choppers, azienda che realizza chopper e personalizzazioni di motociclette prodotte di serie.

Un altro valido produttore di chopper degli Stati Uniti è Paul Teutul, fondatore e titolare della Orange County Choppers con sede a New York, protagonista con suo figlio della sere tv American Chopper.

 

Chopper Harley Davidson Showelhaed del 1978

 

Bobber

La motocicletta tipo Bobber prende vita negli anni ’30 ma è dopo la seconda guerra mondiale che tale stile giunge a maturazione.

Nasce negli USA, parallelamente ai chopper, ed ancora oggi ha un suo seguito tra i bikers più nostalgici e amanti dello stile retrò.

Le prime moto bobber erano dette “bob-job” cioè coda tagliata. La customizzazione bob-job scaturisce dalle “Cut Down”, cioè dalle Harley Davidson modello J a cui, in quell’epoca, viene rimosso il parafanghi anteriore, viene modificato il telaio e il passo, e la sella è abbassata. A far emergere i bobber è anche la nuova “Categoria C” da competizione sportiva introdotta nel 1933 dall’AMA (American Motorcyclist Association): le case per tale gara producono modelli speciali come la Harley-Davidson WLDR o la Indian Daytona Scout. Ridotti all’essenziale i bobber sono dotati di telaio rigido e parafango accorciato (bobbed). Il look è vintage dunque si presentano con uno stile minimale: non hanno parti cromate, sono dotati di pneumatici a spalla alta, cerchi a raggi, collettori bendati (le bende termiche oltre ad avere una finalità estetica, hanno due funzioni: proteggere il pilota dalle ustioni da contatto, ed isolare i collettori dall’aria fredda esterna così da mantenere costante la temperatura dei gas di scarico evitando perdita di potenza); la sella è monoposto. I motori di cui sono dotati vanno dai 500 ai 1.200 cc ed hanno una coppia motrice elevata anche ai bassi regimi di rotazione a vantaggio della potenza erogata dal motore e della accelerazione.

Oggi varie case producono i bobber, tra esse ci sono: la Triumph, la Harley Davidson, l’Honda, la Yamaha, l’Indian, e la Moto Guzzi.

 

Triumph Bonneville Bobber

 

Harley Davidson Springer Bobber

 

Cafè Racer

Le moto dallo stile “Cafè Racer”, nascono in Inghilterra negli anni ’60: sono le moto che i giovani appartenenti al “movimento rocker” parcheggiano davanti ai pub e ai bar da loro frequentati, diventando un vero e proprio fenomeno di attrazione per la loro clientela. Le cafè racer sono motociclette per uso stradale di tipo turistico trasformate artigianalmente nel loro aspetto a moto da competizione: i giovani non potendo acquistare una moto nuova trasformano quella da loro posseduta, donandole un aspetto più moderno e sportiveggiante. Ad essere modificati sono: il manubrio che viene sostituito da un semimanubrio simile a quello usato dalle moto da competizione; la sella diventa un sellino monoposto dotato di codino; vengono sostituiti il fanale e le frecce; in alcuni casi viene aggiunto un cupolino aerodinamico; vengono sostituite le sospensioni con ammortizzatori più rigidi ed i freni vengono potenziati; il filtro dell’aria viene migliorato e il carburatore viene rimpiazzato da uno più performante; allo scarico viene aggiunto un tromboncino. Con le moto così modificate i giovani si dilettano ad organizzare delle gare clandestine di velocità sulla distanza dei 200 metri, erano sfide “uno contro uno” ad eliminazione diretta che si concludevano proprio davanti ai bar o pub frequentati da essi. I possessori di cafè racer erano detti per questo motivo, “piloti da bar” non avendo il bagaglio di capacità ed esperienza dei piloti di professione. Oggi sono tante le case che producono o che hanno prodotto in anni recenti le loro cafè racer. Citiamo qui la Ducati, l’Honda, la Harley Davidson, la Benelli, la Kawasaki, la BMW, la Aprilia, ecc.

In diverse città del vecchio continente sono oggi attivi dei bar, che ricalcano lo stile dei pub inglesi, dove i giovani bikers d’oltremanica parcheggiavano le loro cafè racer.

 Giovani britannici con le loro cafè racer (anni ’60)

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Ducati Sportclassic cafè racer 1000

 

 

BMW R Nine T cafè racer realizzata da K-Speed

 

Cruiser

Col termine cruiser si indicano le moto cosiddette da passeggio, dunque comode da guidare.

Le cruiser nascono in America negli anni ’30; sono prodotte da marchi famosi come la Harley Davidson, Indian, Henderson, Excelsior. La loro caratteristica fondamentale è la seduta detta appunto all’americana con le pedane avanzate e con la schiena del conducente inclinata leggermente all’indietro e la sella grande e confortevole per le lunghe percorrenze.

Oggi tali moto si distinguono in due categorie: le urban cruiser e le power cruiser. Le prime sono dotate di motori con una potenza che oscilla tra i 50 e i 70 cavalli; le power cruiser prevedono invece una potenza superiore agli 80 cavalli, con un motore di alta cilindrata ed una potente coppia motrice.

Le urban cruiser, adatte per i tragitti in città, sono maneggevoli e ben dimensionate in termini motoristici e con una ciclistica (telaio, sospensioni, freni, cerchiruota e pneumatici) adeguata all’uso a cui sono destinate.

La struttura e l’aspetto delle power cruiser mettono chiaramente in risalto la potenza di tali moto che ridotte al minimo nelle carenature, lasciano in bella mostra il motore, il collettore di scarico, ecc; gli stessi pneumatici di grandi dimensioni, chiariscono che siamo di fronte a delle moto in cui il perfetto connubio tra le alte prestazioni e la linea classico-sportiveggiante, è il loro segno di distinzione.

Triumph Rocket III R – Powercruiser con 167 cavalli

 

Benelli 502 C Urban Cruiser stile naked

 

Scrambler

Le moto tipo scrambler nascono in America negli anni ’50. Sono motociclette di serie per uso stradale a cui però vengono apportate delle modifiche per garantirne un uso più versatile: lo scopo è di utilizzarle anche su strade sterrate non asfaltate come quelle dei ranch americani (masserie destinate all’agricoltura o all’allevamento di bestiame), e su tragitti dissestati fuoristrada non molto impegnativi. Il termine scrambler che deriva dal verbo “to scramble” ha un duplice significato tradotto dall’inglese: “mischiare” e “arrampicarsi”.

La trasformazione richiede modifiche al manubrio che diventa più grande, agli pneumatici col battistrada più profondo e intagliato per un maggiore attrito dello pneumatico sui tratti sterrati, ed ai rapporti del cambio per aumentare la coppia motrice, la strumentazione è scarna.

Hanno motori mono e bicilindrici da 125 cc a 1.200 cc. In Europa tale tipo di motocicletta inizia a diffondersi negli anni ’60, in particolare in Italia ed in Inghilterra. Oggi sono molte le case italiane a produrre le loro scrambler, si citano Ducati, Moto Guzzi, Laverda, Benelli, MV Agusta, Gilera, ecc. Tra le straniere compaiono la Suzuki, la Yamaha, l’Honda, la Harley Davidson, ecc.

Ducati Scrambler

 

Yamaha MT-07 Atacama 700 S scrambler

Realizzata da WalzWerk-Racing

 

 Special e Triton

Sono così denominate le moto realizzate artigianalmente.

Tale appellativo vede la luce nel Regno Unito dopo la seconda guerra mondiale per indicare, all’interno del mondo delle competizioni motociclistiche di quegli anni, le moto elaborate e guidate da piloti privati, derivate da modelli prodotti in serie; esse vengono modificate nella ciclistica e a livello motoristico; le più note sono le Triton realizzate in Inghilterra e le Guzzi-Magni realizzate in Italia. Le Special si diffondono in breve tempo, negli anni ’70 e ‘80, in tutta Europa: sono gli anni in cui le moto giapponesi iniziano ad invadere il vecchio continente. Alle special si aprono le porte di tante competizioni motociclistiche nelle quali risultano protagoniste per le loro eccellenti prestazioni. Tra i produttori più famosi di special compaiono tra gli italiani: Arturo Magni, Massimo Tamburini, Giuliano Segoni; tra gli stranieri: i fratelli Rickman, Fritz Egli e Paul Dunstall. Dagli anni ’90 in poi, con la produzione di nuove tipologie di motociclette, le special scompaiono lasciando al motociclismo, un bagaglio di esperienza utilissimo e di emozioni indimenticabili per gli appassionati.

La Moto Guzzi Magni Sfida 400

Prodotta nel 1992, in soli 90 esemplari, dalla Moto Guzzi in partnership con Moto Magni.

La moto è destinata al mercato giapponese.

 

Triton con ciclistica Norton 650 e motore Triumph Bonneville

 

 

La Triton CR 650 C Special realizzata in Italia

 

Rat Bike e Survival Bike

Le Rat bike (moto ratto) nascono in America: erano le moto usate dai contadini che non avendo soldi per aggiustarle, le riparavano alla bell’e meglio con ricambi usati e manodopera fai da te.

Oggi tali motociclette, rientrano nella categoria special, e la loro caratteristica principale è l’avere un aspetto trasandato e rappezzato (ad es. le giunzioni dei collettori non sono saldate ma unite con bendaggi o con lattine bloccate da fascette metalliche. I colori che le distinguono maggiormente sono il bruno o il nero opaco.

Le Survival bike (moto da sopravvivenza) sono l’estremizzazione delle rat. Esse rappresentano ciò che resta delle motociclette in un’epoca post-apocalittica: una struttura ridotta all’essenziale, un telaio scheletrico costituito da pezzi recuperati ed ossidati e da particolari gadget o accessori utili alla sopravvivenza ed ai lunghi spostamenti. Esempi di Survival bike sono visibili nel noto film Mad Max.

Una tipica Rat Bike

 

Esempio di Survival Bike tratta dal film Mad Max

 

Survival Bike tratta dal film Mad Max

 

  

 La Survival bike prodotta dall’azienda californiana Motoped

E’ dotata di un motore monocilindrico quattro tempi con cilindrata di 50 o 125 cc. Tra gli accessori ci sono: taniche, badile, supporto iPhone, un’ascia multiuso e una balestra, ecc.

 

Tourer (Moto da Gran Turismo e Turismo Sportivo)

Con questo termine si indicano le moto da turismo adatte a viaggiare. Le caratteristiche principali delle Tourer sono: la grande cilindrata del motore e una coppia alta già ai bassi regimi; montano carene e parabrezza per proteggere dal vento il conducente ed il passeggero; sono dotate di serbatoi molto capienti così da garantire un’adeguata autonomia chilometrica; offrono al conducente una posizione di guida rilassata con una sella comoda e grande ed una spalliera per il passeggero. Le Tourer si distinguono in due tipi: Gran Turismo e Turismo Sportivo (note anche come Sport Touring).

Le Gran Turismo sono dotate di carenature avvolgenti, un telaio di dimensioni maggiori, un motore di grossa cilindrata che va da due e sei cilindri disposti a V o a boxer; montano impianti stereo, radio satellitare, sedili e manopole riscaldati, due borse rigide integrate e/o un bauletto collocato sulla coda, sistema di navigazione GPS, sospensioni pneumatiche, airbag ed ancora vari accessori e gadget a scelta del proprietario. Alcune Gran Turismo molto note ed apprezzate dai motociclisti sono: la Harley Davidson Glide, la BMW R100 RT, la Honda Goldwing, la Kawasaki GTR 1000.

Le Turismo Sportivo (Sport Touring) sono una via di mezzo tra le moto sportive e quelle da turismo classiche; sono più veloci delle GT ma meno confortevoli di esse. Le case produttrici realizzano in genere solo un modello di queste moto proprio perché richieste da una nicchia di appassionati.

Si citano la Triumph Sprint ST, la Yamaha FJR 1300, la Kawasaki GTR 1400, la Ducati ST. Altri modelli come la Honda ST 1300, la Honda VFR 1200F, le BMW GT, ST e RS, sono dotate anche di valigie rigide di serie, mentre altre case le propongono come optional, proprio perché aventi una linea più sportiva.

 

La Tourer Harley Davidson Road Glide

 

La Sport Tourer Yamaha FJR1300

 

Enduro ed Enduro Stradale (note anche come Multistrada o Maxi Enduro)

Le moto Enduro (dal termine inglese “endurance” che tradotto in italiano significa resistenza) per le loro caratteristiche sono destinate ad un uso off-road oltre che stradale. Differiscono dalle motocross, soltanto perché sono omologate per la circolazione sulle strade, in quanto dotate di impianto di illuminazione, indicatori di direzione, targa, clacson, terminale di scarico e pneumatici omologati. Strutturalmente si caratterizzano per l’assenza di carenature e presentano parafanghi, fianchetti laterali che proteggono parti come il telaio, lo scarico, la cassa filtro e i convogliatori d’aria ai radiatori; tali protezioni sono realizzate in polipropilene, materiale molto resistente alla rottura. Il telaio e le sospensioni sono più robuste di quelle montate su altre categorie di motociclette, affinché possano assorbire adeguatamente le asperità del terreno accidentato (la forcella anteriore e le sospensioni posteriori dotate di monoammortizzatore con o senza leveraggi progressivi hanno una elevata escursione e sono più morbide di quelle delle motocross) e le stesse asperità delle strade con scarsa manutenzione (buche, avvallamenti, asfalto dissestato, ecc.). Il battistrada dello pneumatico posteriore deve avere la profondità non maggiore di 13 mm, quello anteriore può essere anche da cross. La sella è alta, la posizione di guida del conducente è pressoché eretta. Alcuni modelli di motociclette enduro sono ad esempio: la KTM 500 EXC, la Husqvarna TE300 i; la Yamaha WR250F.

Le moto definite Enduro Stradale (dette anche Multistrada o Maxi Enduro) sono una evoluzione delle normali enduro: il loro uso è più versatile; più confortevoli nella guida, sono adatte a muoversi nei percorsi urbani come nelle lunghe percorrenze. Sono dotate di motori più potenti; più elaborate nel loro aspetto montano cupolino e carenature; hanno un serbatoio più capiente, uno spazio adeguato per il passeggero, e vari accessori disponibili, ecc.

Sono adatte ad un utilizzo off-road perché molto alte da terra e montano scudi metallici (piastre o tubolari) a protezione di: radiatore, motore, collettore di scarico, carenature, ecc.

La Maxi Enduro Suzuki V-STROM 1000

 

Trial

Le Trial sono motociclette sportive concepite esclusivamente per le competizioni e le arrampicate off-road (outdoor o indoor).

Le caratteristiche principali di tali moto sono: il peso ridotto, che va da 67 a 75 kg; le dimensioni contenute per garantire una maggiore manovrabilità al pilota; un motore monocilindrico a due o quattro tempi, di cilindrata compresa tra i 50 e i 300 cc, con una coppia motrice pressoché costante a diversi regimi; degli pneumatici a spalla alta con tassellatura pronunciata del battistrada, adeguata ai percorsi sterrati, fangosi, ecc; degli ammortizzatori più corti e morbidi; l’assenza di una sella, considerato che il pilota sta praticamente all’in piedi sulle pedane, con la schiena protesa in avanti, allo scopo di equilibrare la massa “uomo-moto” in base agli ostacoli e le asperità incontrati nel percorso. Le moto da trial possono circolare in strada solo se immatricolate ed equipaggiate di targa, luci anteriori e posteriori, e coperte da assicurazione.

Una moto Trial prodotta dalla italiana Betamotor

 

Motard e Supermotard

Le motociclette motard sono di due tipi: motard stradali e supermotard che sono destinate alle competizioni.

Il termine francese “motard” tradotto in italiano significa “motociclista” ed è dalle competizioni motard, nate negli anni ’90, che queste tipo moto hanno preso, appunto tale nome.

Possiamo dire che le moto motard sono moto da cross destinate all’uso stradale: possono essere dotate di motori con cilindrate che partono da 125 cc per arrivare anche a 1.200 cc; hanno perlopiù una impronta naked, oppure essere delle repliche di quelle da competizione. Sono maneggevoli e leggere e con esse ci si può divertire sia in strada che su percorsi off-road; sono motociclette che mettono alla prova le capacità di guida del pilota.

Le supermotard come si è detto sono destinate invece, alle competizioni che prevedono una grande abilità di guida del pilota che in gara effettua molteplici derapate e può poggiare il piede a terra come nelle gare da cross.

Tra le motard stradali si citano: la Honda FMX 650, la Ducati Hypermotard, la Aprilia Dorsoduro, la Husqvarna 701 Sumermoto, la KTM 690 SMC R, ecc.

La Supermotard Husqvarna FS 450 per le competizioni

 

Naked

Le moto così definite sono prive di carenatura lasciando a vista alcune parti della struttura della moto come il telaio, il motore, ecc. Il termine inglese naked che significa “nudo” o “spogliato” si è diffuso a partire dagli anni ‘90, quando alcune case motociclistiche hanno deciso di ispirarsi alle motociclette degli anni ’70, eliminando le carenature alle sportive da loro prodotte: nasce così lo stile che prende il nome di “nude-look” e che oggi caratterizza le moto naked. Si può affermare che la prima moto naked prodotta di serie è stata la Monster della Ducati nel 1993. Oggi, tutte le case realizzano moto con lo stile naked e sono disponibili con cilindrate che partono da 125 cc.

La Ducati Monster 797 – La Naked per eccellenza

 

Streetfighter

Le moto streetfighter prendono origine dalle moto giapponesi prodotte tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli ’80.

Sono simili alle naked, perché prive di carenatura ma si distinguono da esse perché presentano un look più aggressivo. Segni particolari delle streetfighter (che tradotto dall’inglese significa “combattente di strada”) sono: l’assenza delle carenature che lascia a vista motore e telaio; la particolare forma stilizzata e aerodinamica delle luci frontali; un manubrio più alto e largo; la parte posteriore più corta, con la coda sfuggente; il terminale di scarico posizionato in basso. Oggi, quasi tutte le case produttrici propongono modelli streetfighter con motori a due o quattro cilindri e con cilindrata a partire da 750 cc.

Ducati Streetfighter

 

Sportiva e Supersportiva

Le supersportive rappresentano in strada il meglio in termini di tecnologia, estetica e prestazioni che si può solo ritrovare nelle moto da competizione (Superbike e Motomondiale). Sono caratterizzate da una ampia carenatura che nasconde motore e telaio allo scopo di garantire il massimo della aerodinamica. Si dividono in sportive (con cilindrata che va 125 cc a 500 cc) e supersportive (con cilindrata che va da 600 cc a 1.100 cc). Hanno motori ad uno, due o quattro cilindri affiancati oppure disposti a V con ciclo a 2 o 4 tempi.

Sono dotate dei più sofisticati sistemi di sicurezza come il controllo di impennata e di trazione, il controllo della partenza, il cruise control e il limitatore di velocità per la corsia box; la piattaforma multimediale MIA, le sospensioni regolabili elettronicamente (attive o semiattive); i convogliatori d’aria per raffreddare il sistema frenante; l’ABS con funzione cornering; il sistema RLM connesso all’ABS per evitare il sollevamento del retrotreno in staccata; la possibilità di scegliere la mappatura della centralina per differenti stili di guida; il telaio in lega di alluminio ed il telaietto in magnesio; il motore con alcune parti in titanio; la distribuzione con fasatura variabile delle valvole; l’EBC che regola il freno motore; il cambio con Quickshifter (mono o bidirezionale), i cerchi ruota in fibra di carbonio, ed ancora tanto altro.

Yamaha YZF R125 cc con sistema frenante ABS

 

Aprilia RSV4 1.100 Factory

 

Ducati Panigale V4S 1.100

 

Sidecar

Il Sidecar è un motociclo a tre ruote generato dall’accoppiamento di una motocicletta ed una struttura agganciata ad un lato di essa – dotata di una ruota e un seggiolino protetto da una carrozzeria ed un parabrezza – adibita al trasporto di un passeggero oltre ad un piccolo vano bagagli retrostante. In inglese il termine “sidecar” indica solo la struttura in sé, e non l’intero motociclo accoppiato, come si intende comunemente. La creazione del sidecar risale alla fine del XIX secolo ed è attribuita a M. Bertoux, ufficiale dell’esercito francese: egli con alcuni tubi ancorò alla sua bicicletta un sedile con schienale e poggiapiedi, munito di ruota disposta parallelamente a quella posteriore. Dagli inizi del ‘900 e fino agli anni ’50 il sidecar si diffonde ampiamente come valida alternativa all’automobile molto più costosa. Esso viene utilizzato anche come mezzo di trasporto dalle forze dell’ordine e durante la seconda guerra mondiale come mezzo militare da combattimento, per trasportare soldati feriti o ancora vettovaglie, ecc.

Oggi i sidecar sono perlopiù usati dagli appassionati di questo tipo di veicolo: vengono realizzati da pochissime case produttrici operanti in Russia, Ucraina e Cina, e prodotti artigianalmente da piccole aziende, per essere agganciati a moto da Gran Turismo come la Honda Goldwing e la BMW K1200 LT. Esistono sidecar anche con la ruota motrice grazie alla installazione di un differenziale (ne sono un esempio il DNPER MT16 realizzato in Ucraina, e quelli prodotti dalla nota azienda russa IMZ-URAL).

Dagli anni ‘20 in avanti, i sidecar sono entrati anche nel mondo delle competizioni motociclistiche con gare spettacolari ad essi dedicate. Alle gare partecipano pilota e passeggero, che vista la asimmetria del veicolo, devono contrastare col loro peso, la forza centrifuga che in curva rischia di farlo ribaltare: in particolare il passeggero, è obbligato a sporgersi esternamente ad esso per garantire al sidecar di descrivere la curva con il raggio più stretto possibile (quanto più prossimo a quello della curva) ed evitare il possibile ribaltamento. Oggi i sidecar da competizione sono molto diversi da quelli destinati all’uso stradale: sono allungati, bassi e completamente carenati con il pilota quasi sdraiato sulla moto ed il passeggero collocato su una piattaforma carenata. Esistono anche i Sidecarcross, destinati alle competizioni off-road.

Un curioso sidecar con una Vespa della Piaggio

 

Sidecar da competizione

Sidecarcross

  

Trike e Trike inverso

Il trike è una motocicletta a tre ruote: una montata sull’asse anteriore e due su quello posteriore. Rispetto alla moto tradizionale che monta le due ruote in asse cioè l’una dietro l’altra, il trike è molto più stabile e sicuro (basti pensare alla tenuta di strada in curva ed anche in frenata) e più comodo per il pilota che siede su una sella di maggiori dimensioni e poggia i piedi su delle pedane. Alcuni modelli possono anche piegarsi in curva, rendendo ulteriormente stabile il veicolo in marcia, e più facile da manovrare. Hanno motori con cilindrata variabile tra i 125 cc e i 1.800 cc per i più potenti. Sono tanti i trike customizzati nel loro aspetto, nei loro motori, come nelle loro dimensioni: alcuni sono dotati di sedili posteriori per ben quattro passeggeri. Esistono anche i trike inversi, cioè quelli che hanno le due ruote sull’asse anteriore e la ruota singola montata al posteriore. Il primo trike ad essere prodotto in Italia è stato lo Scooter MP3, nel 2006, realizzato dalla Piaggio che monta le due ruote sull’asse anteriore. I trike sono molto diffusi in Francia mentre in Italia hanno trovato, almeno per ora, poco seguito da parte dei bikers.

Un trike con quattro posti destinati ai passeggeri

 

Il trike inverso Honda Neowing

 

 Tri Glide Ultra Classic della Harley Davidson

Il Trike della Yamaha omologato come motociclo

Un esempio di trike inverso è anche la bellissima Yamaha Niken (il nome tradotto dal giapponese vuol dire “doppia spada”) che pur avendo tre ruote non è omologata come triciclo ma come motociclo, in quanto la distanza che intercorre tra le due ruote gemellate, poste sull’asse anteriore, è di 410 mm, dunque inferiore ai 460 previsti dalla normativa europea, per essere appunto considerata triciclo. Tale classificazione comporta che la Niken essendo omologata come motociclo può essere guidata dai titolari della patente A, mentre i tricicli possono essere guidati da chi ha la patente B pur non avendo conseguito la patente A.

Yamaha Niken 850 cc – (trike inverso omologato come motociclo)

 

Quad-bike

Il quad-bike è un quadriciclo concepito prettamente per il fuoristrada, munito di manubrio come una moto e di quattro ruote, risulta essere una via di mezzo tra una piccola jeep e una moto da cross; può essere a due o quattro ruote motrici.

Esso deriva dai veicoli ATV (All Terrain Vehicle) prodotti negli anni ’60 e ’70 utili a trasportare persone e merci su sterrati, sentieri boschivi e guadi. Oggi i quad-bike si dividono in due categorie: quad sportivi e quad utility.

I Quad-bike sportivi, destinati alle competizioni, sono dotati solo di trazione anteriore ed hanno cambio manuale con pedale, come nelle motociclette. Nel loro aspetto presentano linee aggressive ed esteticamente accattivanti; pesano meno dei quad-bike utility ed hanno motori con maggiore potenza.

I Quad-bike utility invece sono monomarcia: il pilota deve solo accelerare o frenare. Per la loro facilità di guida sono adatti ad escursioni sia su percorsi sterrati che su strade piane ed asfaltate; sono più pesanti di quelli destinati allo sport e consentono di montare portapacchi o griglie utili al trasporto di oggetti vari. Per guidare un quad-bike ci vuole la patente A o la B. I quad-bike partono da un motore di 50 cc per arrivare anche a 1.300 cc di cilindrata.

Quad-bike da competizione – Raptor Panigale 1.300 cc

Con motore Ducati e Telaio Yamaha

 

 

Quad-bike in versione Utility – Honda Four Trax Recon

 

 

Un veicolo ATV degli anni ’60 e ‘70 – Dotato di 6 ruote e motore di 750 cc

 

Concept

La moto concept è un “prototipo futuristico” atto allo sviluppo e all’implementazione di alcuni aspetti e temi specifici quali possono essere quelli tecnici, aerodinamici, stilistici, ergonomici, tecnologici, andando oltre gli standard produttivi del periodo in cui essa viene concepita.

Le moto concept hanno la funzione di stimolare e prefigurare la produzione in avvenire delle case costruttrici; vengono presentate in occasione di eventi come fiere e saloni nazionali ed internazionali, affinché il pubblico, gli esperti e gli stessi media possano scorgere in esse, ciò che il futuro ha in serbo per le due ruote, in termini di evoluzione del design, della tecnologia, delle prestazioni, della sicurezza, dei materiali utilizzati per alcuni parti (motore, telaio, ecc.). Alcune di esse vengono successivamente prodotte per essere commercializzate, altre restano prototipi (realizzate in un unico esemplare) o semplicemente esercizi di stile.

 

Yamaha Concept Motoroid – Streetfighter con motore elettrico

 

Moto d’Epoca

In base alla legge in vigore in Italia, un ciclomotore o un motociclo può considerarsi d’epoca quando ha raggiunto 20 anni di età dalla data di costruzione o dalla data di prima immatricolazione se non si è certi dell’anno in cui è stata costruita.

Le moto con più di venti anni possono essere considerate di interesse storico o d’epoca. Le motociclette di interesse storico sono quelle che sono state radiate dal PRA (Pubblico Registro Automobilistico) e dunque non possono più circolare in strada, ma solo essere esposte nelle manifestazioni pubbliche o private e conservate nei Musei (in via eccezionale possono circolare solo se accompagnate da una autorizzazione apposita rilasciata dalla Motorizzazione Civile). La legge italiana prevede anche delle agevolazioni per le moto aventi un’età che oscilla tra i 20 ed i 29 anni aventi però il Certificato di Rilevanza Storica: riduzione del 50% del bollo moto e riduzione della tassa circolazione.

Tale Certificato può essere rilasciato in Italia da due enti preposti: l’FMI ossia la Federazione Motociclistica Italiana nota a tutti come FEDERMOTO oppure l’ASI (Automotoclub Storico Italiano); raggiunti i 30 anni di età le moto maturano l’esenzione del bollo (tassa di possesso).

Nella Federmoto è una Commissione di Esperti a valutare lo stato di conservazione, la qualità del restauro e la originalità delle parti che la compongono per decidere se la moto per cui si è richiesto il Certificato di R.S. può considerarsi d’epoca. Per quanto concerne l’assicurazione RC Moto, le moto d’epoca sono esentate dalla formula Bonus Malus (in caso di sinistro con torto non c’è l’aumento del premio annuale) ed hanno una sola classe di merito che prevede una tariffa vantaggiosa, basata sulla anzianità della moto; l’assicurazione moto d’epoca prevede che il proprietario della moto debba avere almeno 23 anni. In ultimo si ricorda che le moto d’epoca vanno sottoposte a revisione periodica come tutte le altre motociclette.

Le moto d’epoca vengono classificate in:

“Antique” quelle costruite prima del 1904;

“Veteran” per quelle tra il 1905 e il 1918;

“Vintage” per quelle tra il 1919 e il 1930;

“Post Vintage” tra il 1931 e il 1945;

“Classic” tra il 1946 e il 1971;

“Post Classic” per quelle con almeno vent’anni ma più recenti;

“Instant Classic” per moto create appositamente “da collezione”.

 

Gillet 400 T del 1933

 

Motobici Excelsior di 235 cc a 4 ciclo 4 tempi del 1909

Dotata di motore Bruneau a presa diretta senza frizione

 

Concludo tale mio interessante ed utile scritto informando i lettori che il sito iosonobellezza conterrà un dizionario relativo ai termini tecnici delle motociclette così da far conoscere ai meno esperti, in dettaglio, le parti che compongono tali mezzi di trasporto; uno spazio sarà dedicato anche alla guida sicura per i neofiti. Grazie

 

Fabio Bergamo

 

 

 

Attenzione: Se i soggetti o gli autori delle immagini utilizzate in questo articolo riconoscessero una violazione di copyright potranno segnalarlo alla Redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle stesse.

 

 

 

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